Ciao a tutti, come va?
Come forse avrete notato non mi piace parlare di politica, o di politici, ma oggi penso che dovrò fare una parziale eccezione.
Spesso su questo blog ho parlato di lobby moraliste e/o omofobe che in qualche modo condizionano la rappresentazione di certe tematiche nei fumetti italiani, compresa - fra le altre cose - la questione LGBT... E mi rendo conto che certe volte posso passare per il solito blogger complottista, anche perchè prove inconfutabili - in questo senso - ce ne sono poche, e comunque determinati meccanismi non sono mai troppo evidenti...
Ad ogni modo, grazie alla memoria storica fornita da internet, oggi abbiamo a disposizione qualche indizio in più, e possiamo ricollegarlo meglio alla situazione attuale.
Tutto parte dal dibattito sulla proposta di legge per la regolamentazione delle unioni civili in Italia, l'ormai celeberrimo DDL Cirinnà (dal nome della Senatrice che lo sta portando avanti). Siccome entro questo mese dovrebbe essere votato (il condizionale è d'obbligo), i toni si stanno alzando, le dichiarazioni si stanno moltiplicando e ognuno cerca di tirare acqua al suo mulino (o al mulino di chi rappresenta).
Al che vi chiederete perchè parlo di tutto questo su questo blog...
Il fatto è che fra i vari toni che stanno alzando ci sono anche quelli della parlamentare europea Silvia Costa (foto sotto), appartenente all'ala cattolica del Partito Democratico e nota per le sue posizioni conservatrici e molto "cattoliche" su varie questioni. Anche perchè, non a caso, è anche una giornalista socia dell'Unione Cattolica Stampa Italiana.
Negli ultimi giorni hanno fatto molto discutere alcune sue dichiarazioni sul testo del DDL Cirinnà (CLICCATE QUI), ma in realtà la sua battaglia per l'affermazione (prevaricazione?) di un certo modello di società e di cultura non è una novità, men che meno per il mondo del fumetto.
Infatti nella sua lunga carriera politica è stata anche un Deputato della Democrazia Cristiana dal 1983 al 1994, e nel 1990 il suo nome è balzato agli onori della cronaca per aver capitanato una storica interrogazione parlamentare contro i fumetti horror pubblicati in Italia, e in particolare contro la rivista SPLATTER (potete avere un'idea della situazione CLICCANDO QUI).
Tra l'altro, in quello stesso periodo ci fu anche la denuncia di un privato e la conseguente decisione del tribunale di Monza di condannare l’editore di SPLATTER, Silver (alias Guido Silvestri, autore anche di lupo Alberto), e il direttore editoriale di allora Ferruccio Giromini a quattro mesi di reclusione (poi sapientemente patteggiati da un bravo avvocato). E in questo caso è anche difficile stabilire se era nato prima l'uovo o la gallina.
Quel che è certo è che dopo quell'intervento parlamentare si assistetette inizialmente ad un aumento delle vendite dei fumetti horror e alla solidarietà dei colleghi (Tiziano Sclavi si ispirò alla vicenda per scrivere Dylan Dog 69 del 1992, "CACCIA ALLE STREGHE"), ma nel lungo periodo qualcosa non funzionò e il clima peggiorò... Tanto che, per precauzione, lo stesso Dylan Dog prese un direzione molto più soft rispetto ai suoi primi anni...
Forse si stava diffondendo un clima di paura nel mondo dell'editoria a fumetti? Di certo a partire dagli anni Novanta si assistette ad una discreta quantità di interventi perlomeno inquietanti nei confronti dei fumetti, soprattutto quando avevano la colpa di toccare argomenti ritenuti "pericolosi"... E viene il dubbio che sia stato proprio il sasso lanciato da Silvia Costa a dare il via a tutta una serie di "casi" che hanno animato le cronache del decennio successivo...
E, a beneficio ci chi non c'era, qui di seguito vi riassumo quelli più ecclatanti.
Nel 1992 partì un processo contro il settimanale INTREPIDO, e visto che Sauro Pennacchioli (che lo gestiva all'epoca) ha condiviso recentemente sul suo blog l'atto di denuncia ve lo riporto integralmente:
"Milano 25/6/92
Alla Procura della Repubblica di Milano
p.c. Procura della Repubblica del Tribunale dei Minorenni
p.c. Federazione Giornalisti
Oggetto: Denuncia contro il Direttore Responsabile del quattordicinale “Intrepido”.
L’Assemblea dei Genitori del Liceo Scientifico “B. Pascal” , ubicato in via A. Caro 16, riunitesi il giorno 8/5/92 presso i locali della scuola stessa per una Conferenza Dibattito sui problemi giovanili e delle devianze che ne possono conseguire, ha avuto modo di esaminare, su segnalazione di alcuni genitori presenti, i contenuti dei numeri 1-4 del periodico “INTREPIDO”.
I genitori presenti, concordemente, hanno ritenuto di segnalarli alla MAGISTRATURA COMPETENTE perché individui i reati eventualmente commessi con la loro pubblicazione e distribuzione sollecitando eventuali interventi per il sequestro degli stessi.
I genitori hanno constatato che in queste pubblicazioni si suggeriscono modelli di comportamento deviati, antisociali ed autolesionisti. Infatti hanno ravvisato che sono considerati normali:
- l’omicidio;
- l’ottenimento di soldi con azioni illecite;
- il consumo di droga;
- il suicidio individuale e collettivo;
- ed altri comportamenti non socialmente accettabili.
Questi “suggerimenti” sono pericolosissimi perché indirizzati ad una fascia di età a rischio, facilmente suggestionabile.
I genitori sono a disposizione per ogni chiarimento e approfondimento necessari."
E meno male che la graffitara bisessuale Sprayliz di Luca Enoch non era ancora stata pubblicata (arrivò solo sul numero 14), altrimenti c'è da scommettere che ci sarebbe partita anche una denuncia di istigazione all'omosessualità... Ad ogni modo il processo si concluse con un'assoluzione in primo grado, ma è interessante notare come Sauro Pennacchioli, sul suo blog (CLICCATE QUI), accenni al fatto che "i genitori erano stati "convinti" da persone che avevano svolto attività politica e che forse volevano tornare a farla".
Poco dopo, nel 1993, l'allora Ministro dell'Istruzione Rosa Russo Iervolino (che tanto per cambiare aveva una lunga militanza nella Democrazia Cristiana) si scagliò contro un opuscolo di Lupo Alberto (all'epoca personaggio molto amato dal pubblico adolescente) che spiegava (in maniera esplicita, e tra l'altro con l'approvazione della Commissione per la lotta all'AIDS del Ministero della Sanità) come proteggersi dal virus HIV (trovate un'analisi abbastanza dettagliata dell'episodio CLICCANDO QUI). Forse si tratta solo di una coincidenza, ma dopo il picco di popolarità dovuto a questa vicenda Lupo Alberto iniziò la sua parabola discendente (e forse i cartoni prodotti dalla RAI nel 1997 accelerarono il processo)... Forse perchè aveva iniziato ad essere considerato un promotore della sessualità adolescenziale e questo mise in atto un'opera di boicottaggio silenzioso? Sicuramente è un dato di fatto che dal 1993 in poi i gadget e il merchandising di Lupo Alberto, che erano veramente ovunque, iniziarono a sparire dalla circolazione...
Nel 1995 la Topolin Edizioni decise di pubblicare Psycho Pathia Sexualis di Miguel Angel Martin. Il suo tipografo, vedendo il contenuto (!) pensò bene di segnalarlo alla procura di Cremona (!!), che lo sequestrò prima della pubblicazione (!!!). Il processo in primo grado si concluse con l'assoluzione nel 1997, ma nel 1998 la porta dell'abitazione di Jeorge Vacca, sede della Topolin Edizioni, venne sfondata dalle forze dell'ordine (ben dodici agenti della digos) con un mandato di perquisizione del Tribunale di Milano. Vennero sequestrate diverse pubblicazioni accusate di promuovere la pedofilia, lo stupro, il suicidio e altro. Da notare che fra queste c'erano soprattutto le opere di Miguel Angel Martin, autore spagnolo definito dal TIME come uno dei migliori disegnatori europei, e che tra l'altro - proprio con Psycho Pathia Sexualis - aveva vinto il premio "autore rivelazione" nel Salone Internazionale dei Comics di Barcellona del 1992. Per la cronaca: tra le altre cose venne sequestrato anche un barattolo di pomodoro con etichetta fotocopiata con la dicitura "carne umana in scatola" illustrata dal noto artista grafico svizzero H.R. Giger. Alla fine fra corsi, ricorsi e mobilitazioni varie, la situazione si è normalizzata solo il 13 marzo 2001 ("perchè il fatto non sussiste"), ma Psycho Pathia Sexualis (assieme alle altre opere di Miguel Angel Martin) è stato ristampato in italiano solo nel 2010.
1998. Sul n° 459 di Tex, datato dicembre e intitolato "Sulla pista di Fort Apache" c'è una striscia in cui uno scout di nome Laredo chiede a Tex, che si sta accendendo una sigaretta in cerca di ispirazione sul miglior modo di uscire da una drammatica situazione: "E' questo il segreto della tua leggendaria calma, Tex? Il tabacco?". E il ranger risponde: "No, ma aiuta". Per questo banalissimo dialogo, il Codacons ha denunciato Sergio Bonelli chiedendo alla magistratura il sequestro dell'intera tiratura dell'albo... Il sequestro non ci fu, ma ovviamente la Bonelli prese una bella strizza e cambiò la sua politica in fatto di fumo, alcolici e altro...
Così, alla fine degli anni Novanta, chi produceva fumetti in Italia aveva alzato bandiera bianca, ma all'inizio degli anni 2000, con la diffusione dei manga, questo genere di azioni legali riprese (e andò di pari passo con la stretta sugli anime, di cui però non parlerò oggi).
Una madre, sfogliando un numero di Dragon Ball comprato dal figlio, rimase sconvolta da una scena di nudo e si rivolse all'associazione Cittadinanzattiva (che guardacaso, come si può leggere QUI, è stata fondata da vari gruppi cattolici), che presentò un esposto alla Procura della Repubblica di Roma nei confronti dell'editore Star Comics. La scena incriminata (che in Italia venne censurata anche nella nuova edizione della serie animata, e che potete vedere qui sotto) fu accusata di favorire la pedofilia, ma le indagini seguenti (tra cui una traumatica perquisizione alla Yamato Video, che da allora non ne ha più voluto sapere di vendere e tradurre materiale a rischio) non portarono a provvedimenti concreti.
In compenso nelle ristampe successive la Star Comics,
per evitare ulteriori polemiche e azioni legali, decise di censurare la
scena incriminata
e nella pagina iniziale di tutti i manga pubblicati da quel momento
venne inserita un'avvertenza in cui si specificava che tutti i
personaggi, sebbene siano soltanto delle rappresentazioni grafiche, sono
maggiorenni anche quando dichiarano il contrario (!). La cosa curiosa è che la storia si è ripetuta nel 2002, quando un medico dei servizi
sociali di Genova, su segnalazione di alcuni genitori (che avevano ancora per le mani la vecchia edizione di Dragon Ball), coinvolse un pubblico ministero che poi presentò un
fascicolo alla procura di Perugia (CLICCATE QUI), che dispose il sequestro del fumetto... A cui si diede anche la colpa dei ragazzini che - cercando Dragon Ball su internet - si imbattevano in siti pornografici (CLICCATE QUI)...
Anche in questo caso non successe nulla, ma di certo si rafforzò il clima intimidatorio che si era venuto a creare: un clima in cui nessun editore di fumetti, soprattutto se vuole raggiungere un ampio pubblico, può mai sapere chi lo può denunciare (o boicottare) e per cosa... Un clima in cui, per inciso, un editore non ha nemmeno un'idea precisa su quali siano i limiti che deve rispettare per starsene tranquillo.
E questo ha contribuito alla situazione attuale... In cui gli editori che producono fumetti in Italia, da una ventina d'anni a questa parte, stanno attentissimi a non provocare nessuno per non rischiare di svegliare il proverbiale "can che dorme"... Ad esempio schierandosi troppo dalla parte della comunità LGBT, ed evitando accuratamente di darne una rappresentazione incoraggiante e positiva...
Anche perchè la carriera politica di Silvia Costa - che adesso si sente in dovere di depotenziare le unioni omosessuali - dagli anni Novanta ad oggi è stata tutta un susseguirsi di incarichi prestigiosi (CLICCATE QUI), mentre i fumetti che negli anni Novanta sono stati presi di mira da lei (e da chi la pensava come lei) si sono estinti o si sono dovuti adeguare... E questo dovrà pur significare qualcosa.
Ad esempio che dalle nostre parti non sono gli editori (o la libertà di stampa) ad avere il coltello dalla parte del manico... Non nelle edicole, perlomeno, visto che in quell'ambito hanno un pubblico più ampio e trasversale, e potenzialmente più "rischioso".
E sarebbe ipocrita continuare a parlare di cali di vendite legati SOLO alla crisi
del settore, quando magari la suddetta crisi è stata ANCHE una
conseguenza dell'appiattimento dei contenuti dei fumetti italiani, che
EVIDENTEMENTE preferiscono mantenere un basso profilo sotto tanti aspetti, e adottare mille accorgimenti, proprio per
non "indisporre" chi potrebbe
denunciarli per qualche motivo...
E forse questo è uno dei motivi per cui le fumetterie (e, in misura minore, le librerie), che rappresentano un circuito (un ghetto?) riparato da sguardi indiscreti e frequentato da un pubblico più selezionato, sono rimaste l'unico spazio - salvo rarissime eccezioni - in cui il fumetto italiano può ancora permettersi di sperimentare e fare proposte di un certo tipo... E infatti la nuova versione della rivista SPLATTER si può recuperare in fumetteria, e non certo in edicola...
Cosa accadrebbe se, per assurdo, un fumetto italiano che arriva in edicola e magari si rivolge ad un pubblico giovane parlasse liberamente e positivamente di relazioni gay (magari fra adolescenti consenzienti), matrimoni gay, adozioni gay o magari di una coppia di genitori omosessuali che hanno avuto un figlio tramite gravidanza surrogata? Ci sarebbe una denuncia per istigazione a delinquere e/o corruzione di minorenni? Un sequestro? Un invito al boicottaggio? Magari ad opera della stessa Silvia Costa?
Inquietante interrogativo.
Certo è che, come spesso accade in questi casi, la tendenza generale è sempre stata quella di accettare le cose a testa bassa.
Con qualche rara eccezione.
A seguito di quello che avvenne alla fine degli anni Novanta, Jeorge Vacca fondò il Fo.I.L.E. - FOndo Italiano per la Libertà di Espressione - ovvero il primo fondo
bancario per sostenere le spese legali di autori o editori che subiscano
casi di censura... E nello specifico le spese legali di Jeorge Vacca (CLICCATE QUI per un'intervista in cui spiega di cosa si tratta). Qualcosa che - suppongo - nelle intenzioni doveva essere la versione italiana dell'efficentissimo Comic Book Legal Defense Fund (CLICCATE QUI), che è attivo negli USA dal 1986... E infatti vennero organizzate mostre ed eventi, e alla fine i soldi raccolti contribuirono effettivamente alla risoluzione dei problemi di Jeorge Vacca.
Dopodichè pare che questo Fo.I.L.E. sia sparito nel nulla, e nessuno ne ha più parlato... O lo ha ripreso in mano.
Ed è un vero peccato, perchè i benefici di una simile iniziativa sicuramente si sarebbero visti nel lungo periodo, e forse adesso la situazione generale sarebbe leggermente migliore.
D'altra parte le cose non sono andate così e la situazione attuale è un'altra.
La domanda è: qual è il rapporto costi/benefici in questo caso? Certo da una parte mantenere un basso profilo su certi argomenti garantisce una certa immunità, ma dall'altro non attira e non fidelizza un ampio pubblico potenziale di più ampie vedute. Di conseguenza, col tempo, non solo il pubblico dei fumetti italiani sarà sempre più circoscritto, ma finirà inevitabilmente per essere composto in misura sempre maggiore da persone con vedute limitate... Innescando un circolo vizioso che potrebbe portare ad un calo progressivo delle vendite, trasformando i fumetti "popolari" in fumetti di nicchia loro malgrado, e cioè rivolti principalmente alla nicchia rappresentata dalle persone con vedute abbastanza ristrette...
Cosa che, peraltro, sta già accadendo in maniera sempre più evidente.
D'altra parte chi non risica (e non combatte per il suo diritto alla libertà di espressione) non rosica, e questo è il risultato.
Alla prossima.
lunedì 11 gennaio 2016
venerdì 8 gennaio 2016
PARI DIGNITÀ
Ciao a tutti, come va?
A fine gennaio, come ogni anno, si terrà il festival del fumetto di Angoulême, e cioè la più importante manifestazione fumettistica francese. Quest'anno, però, se ne ne è iniziato a parlare con un certo anticipo anche per via di una polemica molto particolare che ha tenuto banco negli ultimi giorni. Infatti per l'annuale Gran Premio alla carriera non era stato selezionato alcun candidato di sesso femminile (sui trenta in lizza)... E questa scelta, pressochè discriminatoria, aveva mandato su tutte le furie prima di tutto il Collectif des créatrices de bande dessisée contre le sexism (che si è costituito giusto nel 2015 per promuovere l'operato delle fumettiste in Francia, e che trovate CLICCANDO QUI), e a seguire tutto il mondo del fumetto... Tant'è che diversi candidati al Gran Premio avevano annunciato di voler ritirare la propria candidatura, per solidarietà verso le colleghe.
E così questo piccolo putiferio ha spinto gli organizzatori del Gran Premio a rivedere le loro posizioni e ad inserire nella lista dei candidati anche sei autrici: Linda Barry, Julie Doucet, Moto Hagio, Chantal Montellier, Marjane Satrapi e Posy Simmonds.
Tuttavia pare che questa mossa non sia stata troppo apprezzata, e così gli organizzatori hanno deciso di cambiare di nuovo le carte in tavola: infatti hanno appena eliminato TUTTI i candidati (maschi e femmine) e hanno deciso che il premio verrà assegnato tramite una libera votazione online effettuata dagli autori di fumetti, che proporranno liberamente i loro nominativi... E c'è da scommettere che anche questa scelta finirà per suscitare un po' di polemiche (chi stabilirà quali sono gli autori degni di votare e quali no? Potranno votare solo gli autori francesi? Se un autore, o un'autrice, in Francia non è molto conosciuto/a quante sono le possibilità che abbia un premio alla carriera?)
Ad ogni modo se parlo di tutto questo qui è perchè l'unica autrice giapponese messa in lista per il Gran Premio alla carriera di Angoulême era stata Moto Hagio, e cioè la mangaka che nel 1974 aveva inaugurato il genere boys love, con con lo struggente Thomas no Shinzō (in italiano sarebbe "Il Cuore di Thomas"), ambientato in un esclusivo collegio tedesco in cui si consumano drammatiche passioni omoerotiche adolescenziali.
Il fumetto è ormai ritenuto un classico, e giusto un paio d'anni fa è stato pubblicato negli USA dalla Fantagraphics (CLICCATE QUI), entrando in lizza anche per il titolo di "Miglior edizione americana di un'opera asiatica" agli Eisner Award del 2014.
Il titolo è ancora inedito in Italia, e per come siamo messi oggi ho qualche dubbio sul fatto che qualcuno sia disposto a pubblicare una storia del 1974 a base di giovani efebi che amoreggiano languidamente, fra tragedie, turbamenti e drammi vari...
Ad ogni modo penso che sia interessante il fatto che, fra tante mangaka che si potevano selezionare per ricevere il Gran Premio alla carriera di Angoulême, la prescelta sia stata proprio Moto Hagio (foto sotto), che viene ricordata in particolare per avere aperto le porte ad un genere che - prima di Thomas no Shinzō - di fatto non esisteva... E che adesso anima un mercato a parte, che col tempo ha permesso ulteriori sviluppi del fumetto giapponese nell'ambito delle tematiche omosessuali...
Anche se, è bene ricordarlo, i boys love tecnicamente non sono fumetti gay, e nemmeno nascono per dare voce al mondo omosessuale. La stessa Moto Hagio ha ammesso in un documentario del 2010 (il suo intervento lo potete vedere qui sotto), che ha "inventato" i boys love perchè la lasciavano libera di raccontare storie d'amore più libere di quelle che poteva realizzare utilizzando le classiche protagoniste femminili.
Nel caso vi interessasse visionarlo integralmente lo potete trovare CLICCANDO QUI (purtroppo in versione integrale l'ho trovato solo in giapponese coi sottotitoli in cinese, ma secondo me è interessante a prescindere, perchè entra in contatto diretto con l'universo dei manga amatoriali, che in Giappone rappresenta un vero e proprio mercato parallelo).
Se questo blog fosse visto da qualcuno intenzionato a sottotitolarlo nella nostra lingua trova tutte le informazioni CLICCANDO QUI.
Ad ogni modo, nonostante i problemi del festival di Angoulême, bisogna sicuramente prendere atto di questo segnale di apertura da parte del mondo del fumetto ufficiale nei confronti delle tematiche omosessuali in senso lato e del riconoscimento del loro apporto alla cosiddetta "nona arte" (e cioè il fumetto)...
Certo spiace un po' che la candidatura di Moto Hagio sia durata solo pochi giorni, ma pazienza...
L'importante è che, arrivati a questo punto, possiamo dire che Moto Hagio, alla fine, ha inventato un genere fumettistico che ha contribuito a legittimare le tematiche omosessuali in un mondo tradizionalmente maschilista ed eterocentrico come quello del fumetto... E non solo in Giappone.
E che per questo è stata ritenuta meritevole di entrare in una lista di candidati che comprendeva nomi come Stan Lee, Quino e Alan Moore (la lista originale la trovate QUI).
Alla prossima.
A fine gennaio, come ogni anno, si terrà il festival del fumetto di Angoulême, e cioè la più importante manifestazione fumettistica francese. Quest'anno, però, se ne ne è iniziato a parlare con un certo anticipo anche per via di una polemica molto particolare che ha tenuto banco negli ultimi giorni. Infatti per l'annuale Gran Premio alla carriera non era stato selezionato alcun candidato di sesso femminile (sui trenta in lizza)... E questa scelta, pressochè discriminatoria, aveva mandato su tutte le furie prima di tutto il Collectif des créatrices de bande dessisée contre le sexism (che si è costituito giusto nel 2015 per promuovere l'operato delle fumettiste in Francia, e che trovate CLICCANDO QUI), e a seguire tutto il mondo del fumetto... Tant'è che diversi candidati al Gran Premio avevano annunciato di voler ritirare la propria candidatura, per solidarietà verso le colleghe.
E così questo piccolo putiferio ha spinto gli organizzatori del Gran Premio a rivedere le loro posizioni e ad inserire nella lista dei candidati anche sei autrici: Linda Barry, Julie Doucet, Moto Hagio, Chantal Montellier, Marjane Satrapi e Posy Simmonds.
Tuttavia pare che questa mossa non sia stata troppo apprezzata, e così gli organizzatori hanno deciso di cambiare di nuovo le carte in tavola: infatti hanno appena eliminato TUTTI i candidati (maschi e femmine) e hanno deciso che il premio verrà assegnato tramite una libera votazione online effettuata dagli autori di fumetti, che proporranno liberamente i loro nominativi... E c'è da scommettere che anche questa scelta finirà per suscitare un po' di polemiche (chi stabilirà quali sono gli autori degni di votare e quali no? Potranno votare solo gli autori francesi? Se un autore, o un'autrice, in Francia non è molto conosciuto/a quante sono le possibilità che abbia un premio alla carriera?)
Ad ogni modo se parlo di tutto questo qui è perchè l'unica autrice giapponese messa in lista per il Gran Premio alla carriera di Angoulême era stata Moto Hagio, e cioè la mangaka che nel 1974 aveva inaugurato il genere boys love, con con lo struggente Thomas no Shinzō (in italiano sarebbe "Il Cuore di Thomas"), ambientato in un esclusivo collegio tedesco in cui si consumano drammatiche passioni omoerotiche adolescenziali.
Il fumetto è ormai ritenuto un classico, e giusto un paio d'anni fa è stato pubblicato negli USA dalla Fantagraphics (CLICCATE QUI), entrando in lizza anche per il titolo di "Miglior edizione americana di un'opera asiatica" agli Eisner Award del 2014.
Il titolo è ancora inedito in Italia, e per come siamo messi oggi ho qualche dubbio sul fatto che qualcuno sia disposto a pubblicare una storia del 1974 a base di giovani efebi che amoreggiano languidamente, fra tragedie, turbamenti e drammi vari...
Ad ogni modo penso che sia interessante il fatto che, fra tante mangaka che si potevano selezionare per ricevere il Gran Premio alla carriera di Angoulême, la prescelta sia stata proprio Moto Hagio (foto sotto), che viene ricordata in particolare per avere aperto le porte ad un genere che - prima di Thomas no Shinzō - di fatto non esisteva... E che adesso anima un mercato a parte, che col tempo ha permesso ulteriori sviluppi del fumetto giapponese nell'ambito delle tematiche omosessuali...
Anche se, è bene ricordarlo, i boys love tecnicamente non sono fumetti gay, e nemmeno nascono per dare voce al mondo omosessuale. La stessa Moto Hagio ha ammesso in un documentario del 2010 (il suo intervento lo potete vedere qui sotto), che ha "inventato" i boys love perchè la lasciavano libera di raccontare storie d'amore più libere di quelle che poteva realizzare utilizzando le classiche protagoniste femminili.
Nel caso vi interessasse visionarlo integralmente lo potete trovare CLICCANDO QUI (purtroppo in versione integrale l'ho trovato solo in giapponese coi sottotitoli in cinese, ma secondo me è interessante a prescindere, perchè entra in contatto diretto con l'universo dei manga amatoriali, che in Giappone rappresenta un vero e proprio mercato parallelo).
Se questo blog fosse visto da qualcuno intenzionato a sottotitolarlo nella nostra lingua trova tutte le informazioni CLICCANDO QUI.
Ad ogni modo, nonostante i problemi del festival di Angoulême, bisogna sicuramente prendere atto di questo segnale di apertura da parte del mondo del fumetto ufficiale nei confronti delle tematiche omosessuali in senso lato e del riconoscimento del loro apporto alla cosiddetta "nona arte" (e cioè il fumetto)...
Certo spiace un po' che la candidatura di Moto Hagio sia durata solo pochi giorni, ma pazienza...
L'importante è che, arrivati a questo punto, possiamo dire che Moto Hagio, alla fine, ha inventato un genere fumettistico che ha contribuito a legittimare le tematiche omosessuali in un mondo tradizionalmente maschilista ed eterocentrico come quello del fumetto... E non solo in Giappone.
E che per questo è stata ritenuta meritevole di entrare in una lista di candidati che comprendeva nomi come Stan Lee, Quino e Alan Moore (la lista originale la trovate QUI).
Alla prossima.
mercoledì 6 gennaio 2016
GAY E CAVALIERI
Ciao a tutti, come va?
Il post di oggi è giusto una breve segnalazione, che però apre le porte a una serie di considerazioni interessanti. tutto parte dalla serie Once Upon a Time, che da cinque anni ha trovato posto nel palinsesto del canale americano ABC (e in Italia sui canali RAI, col titolo "C'era una volta"). La serie, molto in sintesi, immagina le avventure dei protagonisti delle fiabe più popolari una volta trasferitisi dalla loro dimensione in una "colonia" che si trova nel mondo reale, e siccome il canale ABC è di proprietà della Disney i suddetti personaggi sono elaborati partendo dalla loro versione disneyana (anche se a me è sempre sembrato che la fonte di ispirazione principale fosse la serie a fumetti FABLES, che NON è della Disney).
Fatto sta che, come ogni serie americana che si rispetti, anche Once Upon a Time viene proposta a cadenza settimanale e durante ogni stagione fa una pausa più o meno lunga, a cavallo fra la fine di un anno e l'inizio di quello nuovo... E a partire dall'anno scorso alla ABC hanno pensato di riempire questo vuoto con una serie "tappabuchi" in linea con le aspettative favolistiche dell'affezionato pubblico di Once Upon a Time, e cioè GALAVANT, ambientata in un 1275 fiabesco e surreale...
In realtà questa serie ha più cose in comune con il medioevo demenziale dei film-parodia di Mel Brooks che con le recenti interpretazioni "adulte", iperrealistiche e drammatiche, delle fiabe classiche che si sono viste al cinema, anche se con loro condivide una certa cura dei dettagli e indubbiamente ha lasciato da parte gli elementi propriamente farseschi. Inoltre è di fatto un musical, visto che in ogni puntata ci sono almeno tre nuove canzoni interpretate dagli attori con tanto di coreografie... Ad ogni modo la cosa interessante è che il tutto - nell'insieme - punta su una comicità che non è fine a se stessa, e avendo alle spalle un canovaccio abbastanza solido e dei bravi attori non risulta affatto pesante.
Il protagonista è Ser Galavant, interpretato dal piacente Joshua Sasse, che ha perso la fiducia in se stesso dopo una storia d'amore andata male, ma che a un certo punto decide di concedersi l'opportunità di riconquistare la sua bella (anche se in realtà fa tutto parte di un complotto per eliminarlo). Così parte per un lungo viaggio in compagnia del suo scudiero Sid e della principessa Betta, anche se alla fine non troverà esattamente quello che si aspettava...
Parlo di Galavant su questo blog perchè proprio il primo episodio della seconda stagione, andato in onda qualche giorno fa, è già diventato un piccolo cult per la comunità gay. Non che la serie non avesse già attirato una buona fetta di simpatizzanti fra il pubblico omosessuale: le atmosfere camp, il protagonista lumbersexual, le canzoni, i balletti e alcuni ammiccamenti l'avevano sicuramente resa particolarmente gradevole per il pubblico omosessuale...
Tuttavia il primo episodio della seconda serie (che tra l'altro si intitola "A New Season aka Suck It Cancellation Bear", prendendo in giro i blogger che davano per scontato che la serie non avrebbe avuto una seconda stagione) è stato definito una delle cose più "gay" che si sono mai viste nella TV americana... Visto che Galavant e il suo nuovo compagno di viaggio, Re Richard, finiscono in un bosco incantato che - a quanto pare - è un rinomato punto di ritrovo per tutti i gay (anche se qui si definiscono "gentiluomini") dei dintorni... Che hanno una locanda tutta per loro, gestita da una Regina che altri non è che la cantante Kylie Minogue, che nella vita reale oltre ad essere una vera icona gay è anche l'attuale frequentazione di Joshua Sasse.
Effettivamente la sensazione è che questo primo episodio, così gay friendly, sia stato anche un modo per ringraziare la comunità gay che, probabilmente, è stata determinante per mantenere gli ascolti alti quel tanto che bastava per garantire la seconda stagione... E sicuramente dopo questa puntata il suddetto pubblico avrà un'ulteriore impennata.
Ad ogni modo credo che la cosa più interessante di questo episodio di Galavant - brani musicali a parte - sia stato l'approccio a tutta la questione gay. Premesso che questa è una serie comica e parodistica, e che ovviamente deve giocare sugli stereotipi e i luoghi comuni (legati alle fiabe, ma anche ai giochi di ruolo e al fantasy in senso lato), durante tutto questo episodio "gay" la sensazione è sempre stata quella che non si volesse ridere "del" mondo omosessuale, ma "con" il mondo omosessuale (che peraltro gli autori hanno dimostrato di conoscere benissimo). E in un prodotto di questo tipo, su un canale di proprietà della Disney, è probabilmente la prima volta che si verifica una cosa del genere a questi livelli...
Forse anche questo rientra in un più ampio tentativo, da parte della Disney, di sondare il terreno del nuovo pubblico gay e gay friendly?
Probabile.
E sicuramente il fatto che questo episodio sia diventato così virale anche sui social avrà qualche ripercussione nel prossimo futuro... Anche solo per l'eventuale promozione di Galavant (e dell'attore che lo interpreta) al rango di icona omoerotica a tutti gli effetti...
Certo è che una serie come Galavant mette ancora più in luce che i tempi sono cambiati, e la percezione del mondo omosessuale pure. Per fortuna. E sicuramente chi produce intrattenimento e non si tiene al passo coi tempi, magari per tenersi buono il pubblico di quelli che non vogliono accettare una reale integrazione della realtà omosessuale, avrà sempre più problemi...
Chi ha orecchie per intendere intenda...
Alla prossima.
Il post di oggi è giusto una breve segnalazione, che però apre le porte a una serie di considerazioni interessanti. tutto parte dalla serie Once Upon a Time, che da cinque anni ha trovato posto nel palinsesto del canale americano ABC (e in Italia sui canali RAI, col titolo "C'era una volta"). La serie, molto in sintesi, immagina le avventure dei protagonisti delle fiabe più popolari una volta trasferitisi dalla loro dimensione in una "colonia" che si trova nel mondo reale, e siccome il canale ABC è di proprietà della Disney i suddetti personaggi sono elaborati partendo dalla loro versione disneyana (anche se a me è sempre sembrato che la fonte di ispirazione principale fosse la serie a fumetti FABLES, che NON è della Disney).
Fatto sta che, come ogni serie americana che si rispetti, anche Once Upon a Time viene proposta a cadenza settimanale e durante ogni stagione fa una pausa più o meno lunga, a cavallo fra la fine di un anno e l'inizio di quello nuovo... E a partire dall'anno scorso alla ABC hanno pensato di riempire questo vuoto con una serie "tappabuchi" in linea con le aspettative favolistiche dell'affezionato pubblico di Once Upon a Time, e cioè GALAVANT, ambientata in un 1275 fiabesco e surreale...
In realtà questa serie ha più cose in comune con il medioevo demenziale dei film-parodia di Mel Brooks che con le recenti interpretazioni "adulte", iperrealistiche e drammatiche, delle fiabe classiche che si sono viste al cinema, anche se con loro condivide una certa cura dei dettagli e indubbiamente ha lasciato da parte gli elementi propriamente farseschi. Inoltre è di fatto un musical, visto che in ogni puntata ci sono almeno tre nuove canzoni interpretate dagli attori con tanto di coreografie... Ad ogni modo la cosa interessante è che il tutto - nell'insieme - punta su una comicità che non è fine a se stessa, e avendo alle spalle un canovaccio abbastanza solido e dei bravi attori non risulta affatto pesante.
Il protagonista è Ser Galavant, interpretato dal piacente Joshua Sasse, che ha perso la fiducia in se stesso dopo una storia d'amore andata male, ma che a un certo punto decide di concedersi l'opportunità di riconquistare la sua bella (anche se in realtà fa tutto parte di un complotto per eliminarlo). Così parte per un lungo viaggio in compagnia del suo scudiero Sid e della principessa Betta, anche se alla fine non troverà esattamente quello che si aspettava...
Parlo di Galavant su questo blog perchè proprio il primo episodio della seconda stagione, andato in onda qualche giorno fa, è già diventato un piccolo cult per la comunità gay. Non che la serie non avesse già attirato una buona fetta di simpatizzanti fra il pubblico omosessuale: le atmosfere camp, il protagonista lumbersexual, le canzoni, i balletti e alcuni ammiccamenti l'avevano sicuramente resa particolarmente gradevole per il pubblico omosessuale...
Tuttavia il primo episodio della seconda serie (che tra l'altro si intitola "A New Season aka Suck It Cancellation Bear", prendendo in giro i blogger che davano per scontato che la serie non avrebbe avuto una seconda stagione) è stato definito una delle cose più "gay" che si sono mai viste nella TV americana... Visto che Galavant e il suo nuovo compagno di viaggio, Re Richard, finiscono in un bosco incantato che - a quanto pare - è un rinomato punto di ritrovo per tutti i gay (anche se qui si definiscono "gentiluomini") dei dintorni... Che hanno una locanda tutta per loro, gestita da una Regina che altri non è che la cantante Kylie Minogue, che nella vita reale oltre ad essere una vera icona gay è anche l'attuale frequentazione di Joshua Sasse.
Effettivamente la sensazione è che questo primo episodio, così gay friendly, sia stato anche un modo per ringraziare la comunità gay che, probabilmente, è stata determinante per mantenere gli ascolti alti quel tanto che bastava per garantire la seconda stagione... E sicuramente dopo questa puntata il suddetto pubblico avrà un'ulteriore impennata.
Ad ogni modo credo che la cosa più interessante di questo episodio di Galavant - brani musicali a parte - sia stato l'approccio a tutta la questione gay. Premesso che questa è una serie comica e parodistica, e che ovviamente deve giocare sugli stereotipi e i luoghi comuni (legati alle fiabe, ma anche ai giochi di ruolo e al fantasy in senso lato), durante tutto questo episodio "gay" la sensazione è sempre stata quella che non si volesse ridere "del" mondo omosessuale, ma "con" il mondo omosessuale (che peraltro gli autori hanno dimostrato di conoscere benissimo). E in un prodotto di questo tipo, su un canale di proprietà della Disney, è probabilmente la prima volta che si verifica una cosa del genere a questi livelli...
Forse anche questo rientra in un più ampio tentativo, da parte della Disney, di sondare il terreno del nuovo pubblico gay e gay friendly?
Probabile.
E sicuramente il fatto che questo episodio sia diventato così virale anche sui social avrà qualche ripercussione nel prossimo futuro... Anche solo per l'eventuale promozione di Galavant (e dell'attore che lo interpreta) al rango di icona omoerotica a tutti gli effetti...
Certo è che una serie come Galavant mette ancora più in luce che i tempi sono cambiati, e la percezione del mondo omosessuale pure. Per fortuna. E sicuramente chi produce intrattenimento e non si tiene al passo coi tempi, magari per tenersi buono il pubblico di quelli che non vogliono accettare una reale integrazione della realtà omosessuale, avrà sempre più problemi...
Chi ha orecchie per intendere intenda...
Alla prossima.
lunedì 4 gennaio 2016
RIFLESSIONI DEMOGRAFICHE
Ciao a tutti, come va?
Generalmente l'inizio dell'anno è un momento di bilanci e buoni propositi, che in teoria dovrebbero servire per non ripetere gli errori del passato e puntare ad un futuro migliore... E ovviamente il vostro blog del cuore non poteva ignorare questa bella tradizione (^__^)...
Anche perchè i post del lunedì sono diventati quelli in cui mi lascio andare un po' di più, soprattutto se devo parlare della situazione italiana...
E infatti sarà proprio della situazione italiana che parlerò oggi (lo spunto me lo ha dato la copertina del numero di Topolino di questa settimana, di cui parlerò più avanti), e lo farò partendo dall'analisi di uno degli alibi che ultimamente vengono tirati fuori più spesso per giustificare il calo delle vendite dei fumetti in Italia... E cioè il calo delle nascite e l'innalzamento dell'età media della popolazione.
Intendiamoci: si tratta di un dato di fatto ed è inutile negarlo, tant'è che gli ultimi dati ISTAT dicono che l'età media degli italiani e di 44,4 anni, con un 21,7% di ultrassantacinquenni e solo un misero 13,8% di under 15 (CLICCATE QUI)... E questo, di solito, è uno degli assi nella manica che vengono tirati fuori per giustificare il fatto che i fumetti popolari italiani hanno un occhio di riguardo per il pubblico non più giovanissimo e per il fatto che non si punta più sui bambini come una volta, dato che il ricambio generazionale è comunque destinato ad essere sempre più risicato...
E, in teoria, questa è una giustificazione che potrebbe avere senso.
Eppure - a ben guardare - c'è qualcosa che non torna, soprattutto se si fa un breve raffronto con quello che avviene in Giappone. Secondo i dati del 2011 (CLICCATE QUI) gli under 14 giapponesi rappresentano il 13,1% della popolazione e il tasso di natalità è persino più basso che in Italia (nel 2012 ogni donna italiana aveva 1,42 figli, mentre nel 2006 ogni donna giapponese ne aveva 1,26). Inoltre anche in Giappone l'età media si è alzata molto, e secondo il sito della CIA ha raggiunto una media di 46,5 anni (CLICCATE QUI).
Quindi, teoricamente, dal punto di vista demografico Italia e Giappone hanno molte caratteristiche in comune... E questo rende ancora più curioso il fatto che in Giappone il fumetto più venduto nella prima metà del 2015 (secondo l'attendibilissima classifica ORICON) è stato il settantasettesimo volumetto di ONE PIECE, con 1.668.225 copie (e solo fra marzo e aprile!), mentre in Italia la serie a fumetti più venduta continua ad essere TEX, che - secondo i dati diffusi nel 2014 (CLICCATE QUI) - vende ancora intorno alle 190.000 copie al mese. Questa sproporzione fra i dati di vendita delle due nazioni, tra l'altro, assume una sfumatura ancora più inquietante se si considera che l'immensa concorrenza con cui deve confrontarsi ONE PIECE in Giappone non ha niente a che spartire con quella - praticamente inesistente - che ha TEX nelle edicole italiane.
Ad ogni modo, facendo le dovute proporzioni, se la popolazione italiana è di circa 61.850.000 abitanti e quella giapponese è di circa 126.900.000 unità, in Italia una serie con lo stesso pubblico potenziale di ONE PIECE potrebbe arrivare a vendere qualcosa come 812.000 copie a numero... E questo partendo dal presupposto che in Italia ci fosse una concorrenza paragonabile a quella che c'è in Giappone, quando in realtà non c'è e quindi i numeri potrebbero essere persino più alti!
Però il vantaggio della mancanza di concorrenza in Italia potrebbe essere "compensato" negativamente da alcuni fattori esterni, come il fatto che in Italia le persone che vivono sotto la soglia di povertà sono il 29% (contro il 16% dei giapponesi), e il fatto che il nostro tasso di disoccupazione è del 12,7% (e in Giappone raggiunge solo il 3,6%)... Per non parlare delle tasse, che in Italia arrivano al 48,1% e in Giappone si fermano ad un più onesto 32,9% (tutti questi dati arrivano sempre dal sito della CIA, quindi presumo che siano attendibili). Senza contare il fatto che i manga in Giappone hanno un supporto mediatico che i fumetti italiani, in Italia, non hanno avuto praticamente mai (e gli adattamenti animati di serie come Diabolik e W.I.T.C.H. non penso proprio che possano fare testo)...
E, inoltre, bisognerebbe considerare il fatto che gli editori di fumetti italiani non riescono a coltivare il nuovo pubblico in maniera continuativa perlomeno dalla fine degli anni '70, e pertanto in Italia non si può contare su un bacino di pubblico ampio e tradizionalmente bendisposto verso i fumetti come quello giapponese. Quindi, se la matematica non è un'opinione, effettivamente in Italia una serie a fumetti che riuscisse a centrare davvero i gusti di un ampio pubblico potenziale, come avviene con ONE PIECE in Giappone, potrebbe comunque toccare le 400/500.000 copie a numero, se non di più.
Eppure questo non avviene.
Anzi: al momento attuale, per il mercato italiano, numeri del genere sono completamente fuori scala... E lo sono ancora di più se si confrontano i dati di vendità di Topolino nel 2014, e cioè 130.000 copie a settimana, con quelli dei più importanti manga magazine giapponesi nello stesso anno. Infatti, pur perdendo un 10% di lettori durante il 2014, il settimanale Shonen Jump vendeva 2.420.000 copie ogni settimana, e il suo collega Shonen Magazine arrivava a quota 1.156.000 copie (CLICCATE QUI). E persino il mensile per bambini delle elementari Corocoro Comic (quello in cui compare Doraemon, per intenderci) vendeva da solo 1.050.000 copie ad uscita...
Facendo le solite proporzioni, quindi, se Topolino dovesse vendere l'equivalente di Shonen Jump, arriverebbe almeno a quota 1.179.000 copie a settimana. E oltretutto, a differenza degli altri fumetti italiani, il settimanale Topolino non può nemmeno dire che gli manca un supporto multimediale paragonabile a quello che hanno i manga in Giappone, visto che il marchio Disney ha vari canali tematici anche in Italia e comunque i personaggi Disney sono presenti praticamente ovunque e da sempre.
Quindi direi che, a questo punto, è abbastanza evidente che per la progressiva riduzione dei lettori di fumetti italiani non sono determinati le ragioni demografiche.
Certo la storia dell'editoria a fumetti in Giappone e in Italia è stata molto diversa sotto vari punti di vista, ma se tanto mi da tanto la sensazione è che l'attuale situazione italiana sia stata determinata da una serie di scelte sbagliate, più che da un destino ineluttabile. E tirare fuori giustificazioni come il calo demografico e la concorrenza delle nuove tecnologie risulta più pretestuoso che altro... Anche perchè in Giappone sono due fattori che esercitano un peso persino superiore che in Italia, ma non per questo impediscono a Shonen Jump di vendere 2.420.000 copie a settimana.
Certo è anche vero che il Giappone ha un tasso di analfabetismo pari a zero mentre in Italia, purtroppo, gli ultimi dati OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)
parlano di un 47% di cittadini che si possono definire analfabeti funzionali (CLICCATE QUI), e cioè persone che - a vari livelli - non hanno gli strumenti per comprendere appieno quello che leggono (e che ascoltano). Certo, se le cose stanno così e il 47% degli italiani non legge fumetti perchè non ha i mezzi necessari per comprenderli e apprezzarli, si spiegherebbero molte cose... Oppure, al contrario, la posizione del fumetto italiano si aggraverebbe ulteriormente.
Nel senso che se è vero che per l'OCSE il Giappone è al primo posto per quel che riguarda il tasso di alfabetizzazione, e al tempo stesso ha settimanali a fumetti che vendono più di di due milioni di copie alla volta, forse un po' di merito di tutta questa alfabetizzazione va proprio al fatto che produce manga per tutti i gusti e per tutte le età... E per leggerli il pubblico è costretto ad imparare a leggere come si deve fin dalla più tenera età (cosa essenziale se si ha a che fare con una lingua che si scrive in ideogrammi, con tre alfabeti diversi e con numerose varianti gergali). E oltretutto pare che mediamente in Giappone ogni copia venga letta da almeno tre persone diverse, con tutto quello che di buono ne deriva...
Quindi, invertendo la prospettiva, la domanda sorge spontanea: una delle ragioni per cui il 47% degli italiani presenta qualche forma di analfabetismo funzionale potrebbe essere il fatto che non ha mai trovato dei fumetti a cui appassionarsi sul serio fin dalla più tenera età?
Inquietante interrogativo!
Purtroppo non mi risulta che in italia siano stati condotti studi sul rapporto fra analfabetismo funzionale e fruizione di fumetti, ma qualcosa mi dice che degli studi del genere fornirebbero dei dati interessanti.
E d'altra parte non è necessario uno studio per capire come potrebbero innescarsi certi meccanismi.
Prendiamo, ad esempio, la copertina di Topolino in edicola questa settimana...
Le feste non sono ancora finite, ma bisogna dare spazio al campionato di calcio che riparte, visto che ormai - da quando Topolino è passato alla Panini - è diventato ufficiosamente un'estensione degli album delle figurine dei calciatori (CLICCATE QUI)... E quindi, per il primo numero del 2016, è stato scelto un bel disegno di Paperino che palleggia con un panettone...
Una scelta che, incredibile ma vero (*SIGH*), richiama quella del primo numero del 2015...
E quella del 15 gennaio 2014 (almeno per il primo anno iniziato sotto il marchio Panini hanno fatto passare le feste)...
Tecnicamente in queste copertine non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per il fatto che delle copertine del genere (che tra l'altro lanciano un messaggio preciso in un periodo dell'anno preciso) risultano refrattarie per: a) tutti i bambini di ambo i sessi che NON sono appassionati di calcio e/o praticano altri sport, e magari sono stufi/e di vedere sempre e solo calcio da tutte le parti, b) tutte le bambine che pensano che una copertina del genere qualifichi il settimanale in senso troppo "maschile", c) tutti i bambini che pensano che una copertina del genere "tradisca" il personaggio di Paperino (che non è mai stato sportivo, e men che meno calciatore), nonchè il vero spirito disneyano e quelli che sono i prodotti Disney oggi e d) tutti bambini che, avendo sviluppato un minimo di senso critico, non sopportano i service commerciali fini a se stessi e i messaggi subliminali.
E tutto questo ancora prima di avere comprato Topolino e avere letto le storie all'interno.
Ora: poniamo che un bambino o una bambina, dopo questa ennesima promozione calcistica, decida che Topolino non fa per lui/lei... Poniamo che torni in edicola e si guardi attorno alla ricerca di un altro fumetto da leggere... Cosa potrebbe acquistare con lo stesso rapporto quantità/prezzo?
Praticamente nulla... E a quel punto, facilmente, inizierebbe a perdere interesse per i fumetti in generale. Con tutto quello che ne consegue. Anche perchè, tra l'altro, oltre a non avere fumetti per bambini, in edicola - per dirla con un eufemismo - siamo decisamente scarsi anche per quel che riguarda i fumetti per preadolescenti e adolescenti.
Certo i manga e i comics americani potrebbero rappresentare un salvagente, almeno per i lettori più grandicelli, ma a causa del daspo degli anime dalle emittenti italiane (CLICCATE QUI) e dell'imbarazzante livello di complessità che hanno raggiunto i comics americani il "salto" potrebbe non essere alla portata di tutti... Senza contare che comics e manga hanno finito per concentrarsi sempre di più nelle fumetterie, e in Italia le fumetterie sono solo 300 o poco più (una ogni 206.000 abitanti circa), a fronte di 30.000 edicole (una ogni 2000 abitanti circa)...
E questo porterebbe a pensare che, se i manga in Giappone sono così diffusi, è anche perchè il loro sistema di distribuzione è completamente diverso, visto che i manga magazine vengono distribuiti nelle edicole, nelle librerie e nei convenience store (negozi strutturati come piccoli autogrill, aperti giorno e notte)... Intercettando un ampio pubblico occasionale.
Mentre nelle fumetterie vere e proprie, oltre ai manga magazine, trovano posto i volumetti che raccolgono i fumetti comparsi proprio sui manga magazine (ma anche nelle produzioni amatoriali, sulle fanzine e su internet), i gadget, il merchandising specifico e tutto il resto. I manga magazine di cui sopra, quelli che vendono anche due milioni di copie a settimana, hanno anche un rapporto qualità prezzo molto interessante: oggi un numero di Shonen Jump, ad esempio, ha 500 pagine (su carta poverissima, perlopiù in bianco e nero, e con una buona dose di redazionali, articoli e pubblicità) e costa meno di 3 euro, ma poche settimane dopo lo si può trovare nel mercato dell'usato a meno della metà... E con queste caratteristiche tipografiche e distributive l'editoria nipponica può dare modo ai lettori di "sperimentare" in continuazione nuove storie e personaggi (con puntate di almeno 20 pagine a settimana), per poi fargli decidere in un secondo momento quali saranno quelle che vorranno collezionare in volumetto, decretandone il successo...
Inoltre, con questa formula editoriale, se un autore, una serie o un personaggio non convincono il pubblico, vengono silurati rapidamente per lasciare il posto a prodotti che riescono a centrare davverio i suoi gusti... E ciò spiega perchè queste riviste continuano ad organizzare concorsi per lanciare autori esordienti e nuove serie... Visto che, a differenza di quanto avviene in Italia, nel mercato editoriale nipponico i lettori (e il loro gradimento) vengono prima di tutto.
Anche perchè i manga si dividono per target, e quindi ogni manga magazine deve venire incontro alle esigenze di un pubblico specifico, che trova gradevole un certo tipo di contenuto e di approccio... E non avrebbe alcun senso prendere in considerazione l'opinione di chi quel contenuto e quell'approccio non lo gradisce a priori. Anche perchè nel tentativo di accontentare tutti si potrebbe finire per non accontentare (quasi) nessuno... Cosa che in Italia, in effetti, capita sempre più spesso, per tanti motivi sui quali sicuramente tornerò in futuro.
In ogni caso, ragionando nel modo sopracitato, anche se il Giappone resta una delle realtà tecnologicamente più avanzate del nostro pianeta, il settore dei manga magazine cartacei (siano essi settimanali, mensili o bimestrali) - nel momento in cui scrivo - regge ancora dignitosamente (CLICCATE QUI) e consta perlomeno di:
2 manga magazine hentai (hard per uomini etero)...
10 manga magazine josei (per donne adulte)...
3 manga magazine kodomo (per bambini piccoli)...
45 manga magazine seinen (per uomini adulti)...
25 manga magazine shojo (per ragazze)...
25 manga magazine shonen (per ragazzi)...
17 manga magazine yonkoma (cioè "a striscie" e/o umoristici in senso lato)...
9 manga magazine con contenuti yaoi (e cioè a base di tematiche gay, anche molto spinte, per ragazze etero)...
Un manga magazine yuri (a base di tematiche lesbiche)...
Senza contare almeno una dozzina di manga magazine dai contenuti "misti" e i bara manga (e cioè i fumetti propriamente gay) ospitati dai tre principali magazine gay "generalisti"...
E tutto questo in una nazione che, se gli alibi utilizzati dal fumetto italiano per giustificarsi fossero validi, avrebbe dovuto dire addio ai fumetti da almeno due decenni... E invece, nonostante un'inevitabile contrazione del mercato cartaceo, il caso del Giappone dimostra che non è il supporto - o l'indice demografico - a fare la differenza, ma il contenuto e la capacità di centrare i gusti del proprio pubblico di riferimento.
Una capacità che, evidentemente, in Italia scarseggia... Anche solo per il fatto che, mentre in Giappone i manga magazine mettono al centro stuoli di bambini e bambine, ragazzini e ragazzine, in cui il giovane pubblico può identificarsi in maniera variegata, dalle nostre parti al centro dell'attenzione restano i protagonisti adulti... Siano essi animali antropomorfi disneyani, eroi intercambiabili della Bonelli o altro...
E anche quando nelle loro storie, o in serie dedicate, compaiono personaggi più "giovani" il messaggio che passa è che siano "adulti in divenire", che i modelli "adulti" sono gli unici possibili e che comunque i "giovani" possono risultare "compiuti" solo una volta che sono diventati adulti e/o si sono ben integrati in un certo tipo di dinamica "adulta", che non lascia spazio a caratterizzazioni alternative a quelle "adulte" che - tradizionalmente - il fumetto italiano porta avanti da una quarantina d'anni...
Col risultato di condizionare e limitare pesantemente anche le proposte più innovative e "centrate" come l'ormai dimenticata (o rimossa?) serie W.I.T.C.H. (che guardacaso si ispirava alle formule estetiche e narrative dei manga, e che a sua volta ispirò una versione manga Made in Japan), portando la testata da picchi di 250.000 copie al mese (nel 2002) ad una fine ingloriosa e anonima (nel 2012)... E, se vi interessa, ho affrontato parte della questione in un altro post (CLICCATE QUI).
E così siamo arrivati al punto in cui, nelle edicole italiane di inizio 2016, non c'è nemmeno un fumetto Made in Italy con un protagonista under 25, o in cui comunque una persona under 25 possa identificarsi... Ed è facile ipotizzare che in questo modo il fumetto italiano si stia giocando un'ampissima fetta di lettori potenziali, che forse non riuscirà mai più a riagganciare...
Con buona pace di chi vuole dare la colpa di tutto alla sorte avversa, alle cause di forza maggiore e al calo demografico.
E comunque, piccola nota a margine, è bene ribadire che in Giappone la componente LGBT non è presente esclusivamente nei manga dedicati a questo specifico tema... E - anzi - accenni, sottotesti e ammiccamenti in questo senso - senza peraltro la fastidiosa componente omofoba e moralista che spesso li caratterizza nei fumetti italiani - possono trovare spazio praticamente in storie di tutti i tipi e per tutti i target.
E, per inciso, ammiccamenti estetici e narrativi in questo senso sono molto evidenti anche nel vendutissimo ONE PIECE... Dove peraltro gli omosessuali più appariscenti (gli okama) e le persone trans hanno addirittura un loro stile di arti marziali e un loro regno, e cioè l'arcipelago di Kamabakka (come spiegato anche nella wikipedia italiana di questo manga)...
E la cosa interessante è che l'autore Eiichirō Oda, in questo caso, si è divertito a giocare con una serie di stereotipi senza mai scadere nella riprovazione, nella commiserazione o nei pregiudizi omofobi. Tant'è che in più di un'occasione i gay di Kamabakka si sono anche rivelati un prezioso aiuto per il protagonista principale...
E a Lucca 2015 i cosplayer di ONE PIECE, tutti molto giovani, erano talmente tanti che hanno potuto animare un raduno con corteo solo per loro (cosa che a Lucca, di solito, avviene solo con i cosplay di STAR WARS e pochi altri)...
E secondo voi a Lucca 2015 quanti erano i cosplayer dei fumetti italiani?
E mediamente quanti anni avevano?
Qualcosa vorrà pur dire...
Alla prossima.
Generalmente l'inizio dell'anno è un momento di bilanci e buoni propositi, che in teoria dovrebbero servire per non ripetere gli errori del passato e puntare ad un futuro migliore... E ovviamente il vostro blog del cuore non poteva ignorare questa bella tradizione (^__^)...
Anche perchè i post del lunedì sono diventati quelli in cui mi lascio andare un po' di più, soprattutto se devo parlare della situazione italiana...
E infatti sarà proprio della situazione italiana che parlerò oggi (lo spunto me lo ha dato la copertina del numero di Topolino di questa settimana, di cui parlerò più avanti), e lo farò partendo dall'analisi di uno degli alibi che ultimamente vengono tirati fuori più spesso per giustificare il calo delle vendite dei fumetti in Italia... E cioè il calo delle nascite e l'innalzamento dell'età media della popolazione.
Intendiamoci: si tratta di un dato di fatto ed è inutile negarlo, tant'è che gli ultimi dati ISTAT dicono che l'età media degli italiani e di 44,4 anni, con un 21,7% di ultrassantacinquenni e solo un misero 13,8% di under 15 (CLICCATE QUI)... E questo, di solito, è uno degli assi nella manica che vengono tirati fuori per giustificare il fatto che i fumetti popolari italiani hanno un occhio di riguardo per il pubblico non più giovanissimo e per il fatto che non si punta più sui bambini come una volta, dato che il ricambio generazionale è comunque destinato ad essere sempre più risicato...
E, in teoria, questa è una giustificazione che potrebbe avere senso.
Eppure - a ben guardare - c'è qualcosa che non torna, soprattutto se si fa un breve raffronto con quello che avviene in Giappone. Secondo i dati del 2011 (CLICCATE QUI) gli under 14 giapponesi rappresentano il 13,1% della popolazione e il tasso di natalità è persino più basso che in Italia (nel 2012 ogni donna italiana aveva 1,42 figli, mentre nel 2006 ogni donna giapponese ne aveva 1,26). Inoltre anche in Giappone l'età media si è alzata molto, e secondo il sito della CIA ha raggiunto una media di 46,5 anni (CLICCATE QUI).
Quindi, teoricamente, dal punto di vista demografico Italia e Giappone hanno molte caratteristiche in comune... E questo rende ancora più curioso il fatto che in Giappone il fumetto più venduto nella prima metà del 2015 (secondo l'attendibilissima classifica ORICON) è stato il settantasettesimo volumetto di ONE PIECE, con 1.668.225 copie (e solo fra marzo e aprile!), mentre in Italia la serie a fumetti più venduta continua ad essere TEX, che - secondo i dati diffusi nel 2014 (CLICCATE QUI) - vende ancora intorno alle 190.000 copie al mese. Questa sproporzione fra i dati di vendita delle due nazioni, tra l'altro, assume una sfumatura ancora più inquietante se si considera che l'immensa concorrenza con cui deve confrontarsi ONE PIECE in Giappone non ha niente a che spartire con quella - praticamente inesistente - che ha TEX nelle edicole italiane.
Ad ogni modo, facendo le dovute proporzioni, se la popolazione italiana è di circa 61.850.000 abitanti e quella giapponese è di circa 126.900.000 unità, in Italia una serie con lo stesso pubblico potenziale di ONE PIECE potrebbe arrivare a vendere qualcosa come 812.000 copie a numero... E questo partendo dal presupposto che in Italia ci fosse una concorrenza paragonabile a quella che c'è in Giappone, quando in realtà non c'è e quindi i numeri potrebbero essere persino più alti!
Però il vantaggio della mancanza di concorrenza in Italia potrebbe essere "compensato" negativamente da alcuni fattori esterni, come il fatto che in Italia le persone che vivono sotto la soglia di povertà sono il 29% (contro il 16% dei giapponesi), e il fatto che il nostro tasso di disoccupazione è del 12,7% (e in Giappone raggiunge solo il 3,6%)... Per non parlare delle tasse, che in Italia arrivano al 48,1% e in Giappone si fermano ad un più onesto 32,9% (tutti questi dati arrivano sempre dal sito della CIA, quindi presumo che siano attendibili). Senza contare il fatto che i manga in Giappone hanno un supporto mediatico che i fumetti italiani, in Italia, non hanno avuto praticamente mai (e gli adattamenti animati di serie come Diabolik e W.I.T.C.H. non penso proprio che possano fare testo)...
E, inoltre, bisognerebbe considerare il fatto che gli editori di fumetti italiani non riescono a coltivare il nuovo pubblico in maniera continuativa perlomeno dalla fine degli anni '70, e pertanto in Italia non si può contare su un bacino di pubblico ampio e tradizionalmente bendisposto verso i fumetti come quello giapponese. Quindi, se la matematica non è un'opinione, effettivamente in Italia una serie a fumetti che riuscisse a centrare davvero i gusti di un ampio pubblico potenziale, come avviene con ONE PIECE in Giappone, potrebbe comunque toccare le 400/500.000 copie a numero, se non di più.
Eppure questo non avviene.
Anzi: al momento attuale, per il mercato italiano, numeri del genere sono completamente fuori scala... E lo sono ancora di più se si confrontano i dati di vendità di Topolino nel 2014, e cioè 130.000 copie a settimana, con quelli dei più importanti manga magazine giapponesi nello stesso anno. Infatti, pur perdendo un 10% di lettori durante il 2014, il settimanale Shonen Jump vendeva 2.420.000 copie ogni settimana, e il suo collega Shonen Magazine arrivava a quota 1.156.000 copie (CLICCATE QUI). E persino il mensile per bambini delle elementari Corocoro Comic (quello in cui compare Doraemon, per intenderci) vendeva da solo 1.050.000 copie ad uscita...
Facendo le solite proporzioni, quindi, se Topolino dovesse vendere l'equivalente di Shonen Jump, arriverebbe almeno a quota 1.179.000 copie a settimana. E oltretutto, a differenza degli altri fumetti italiani, il settimanale Topolino non può nemmeno dire che gli manca un supporto multimediale paragonabile a quello che hanno i manga in Giappone, visto che il marchio Disney ha vari canali tematici anche in Italia e comunque i personaggi Disney sono presenti praticamente ovunque e da sempre.
Quindi direi che, a questo punto, è abbastanza evidente che per la progressiva riduzione dei lettori di fumetti italiani non sono determinati le ragioni demografiche.
Certo la storia dell'editoria a fumetti in Giappone e in Italia è stata molto diversa sotto vari punti di vista, ma se tanto mi da tanto la sensazione è che l'attuale situazione italiana sia stata determinata da una serie di scelte sbagliate, più che da un destino ineluttabile. E tirare fuori giustificazioni come il calo demografico e la concorrenza delle nuove tecnologie risulta più pretestuoso che altro... Anche perchè in Giappone sono due fattori che esercitano un peso persino superiore che in Italia, ma non per questo impediscono a Shonen Jump di vendere 2.420.000 copie a settimana.
Certo è anche vero che il Giappone ha un tasso di analfabetismo pari a zero mentre in Italia, purtroppo, gli ultimi dati OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)
parlano di un 47% di cittadini che si possono definire analfabeti funzionali (CLICCATE QUI), e cioè persone che - a vari livelli - non hanno gli strumenti per comprendere appieno quello che leggono (e che ascoltano). Certo, se le cose stanno così e il 47% degli italiani non legge fumetti perchè non ha i mezzi necessari per comprenderli e apprezzarli, si spiegherebbero molte cose... Oppure, al contrario, la posizione del fumetto italiano si aggraverebbe ulteriormente.
Nel senso che se è vero che per l'OCSE il Giappone è al primo posto per quel che riguarda il tasso di alfabetizzazione, e al tempo stesso ha settimanali a fumetti che vendono più di di due milioni di copie alla volta, forse un po' di merito di tutta questa alfabetizzazione va proprio al fatto che produce manga per tutti i gusti e per tutte le età... E per leggerli il pubblico è costretto ad imparare a leggere come si deve fin dalla più tenera età (cosa essenziale se si ha a che fare con una lingua che si scrive in ideogrammi, con tre alfabeti diversi e con numerose varianti gergali). E oltretutto pare che mediamente in Giappone ogni copia venga letta da almeno tre persone diverse, con tutto quello che di buono ne deriva...
Quindi, invertendo la prospettiva, la domanda sorge spontanea: una delle ragioni per cui il 47% degli italiani presenta qualche forma di analfabetismo funzionale potrebbe essere il fatto che non ha mai trovato dei fumetti a cui appassionarsi sul serio fin dalla più tenera età?
Inquietante interrogativo!
Purtroppo non mi risulta che in italia siano stati condotti studi sul rapporto fra analfabetismo funzionale e fruizione di fumetti, ma qualcosa mi dice che degli studi del genere fornirebbero dei dati interessanti.
E d'altra parte non è necessario uno studio per capire come potrebbero innescarsi certi meccanismi.
Prendiamo, ad esempio, la copertina di Topolino in edicola questa settimana...
Le feste non sono ancora finite, ma bisogna dare spazio al campionato di calcio che riparte, visto che ormai - da quando Topolino è passato alla Panini - è diventato ufficiosamente un'estensione degli album delle figurine dei calciatori (CLICCATE QUI)... E quindi, per il primo numero del 2016, è stato scelto un bel disegno di Paperino che palleggia con un panettone...
Una scelta che, incredibile ma vero (*SIGH*), richiama quella del primo numero del 2015...
E quella del 15 gennaio 2014 (almeno per il primo anno iniziato sotto il marchio Panini hanno fatto passare le feste)...
Tecnicamente in queste copertine non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per il fatto che delle copertine del genere (che tra l'altro lanciano un messaggio preciso in un periodo dell'anno preciso) risultano refrattarie per: a) tutti i bambini di ambo i sessi che NON sono appassionati di calcio e/o praticano altri sport, e magari sono stufi/e di vedere sempre e solo calcio da tutte le parti, b) tutte le bambine che pensano che una copertina del genere qualifichi il settimanale in senso troppo "maschile", c) tutti i bambini che pensano che una copertina del genere "tradisca" il personaggio di Paperino (che non è mai stato sportivo, e men che meno calciatore), nonchè il vero spirito disneyano e quelli che sono i prodotti Disney oggi e d) tutti bambini che, avendo sviluppato un minimo di senso critico, non sopportano i service commerciali fini a se stessi e i messaggi subliminali.
E tutto questo ancora prima di avere comprato Topolino e avere letto le storie all'interno.
Ora: poniamo che un bambino o una bambina, dopo questa ennesima promozione calcistica, decida che Topolino non fa per lui/lei... Poniamo che torni in edicola e si guardi attorno alla ricerca di un altro fumetto da leggere... Cosa potrebbe acquistare con lo stesso rapporto quantità/prezzo?
Praticamente nulla... E a quel punto, facilmente, inizierebbe a perdere interesse per i fumetti in generale. Con tutto quello che ne consegue. Anche perchè, tra l'altro, oltre a non avere fumetti per bambini, in edicola - per dirla con un eufemismo - siamo decisamente scarsi anche per quel che riguarda i fumetti per preadolescenti e adolescenti.
Certo i manga e i comics americani potrebbero rappresentare un salvagente, almeno per i lettori più grandicelli, ma a causa del daspo degli anime dalle emittenti italiane (CLICCATE QUI) e dell'imbarazzante livello di complessità che hanno raggiunto i comics americani il "salto" potrebbe non essere alla portata di tutti... Senza contare che comics e manga hanno finito per concentrarsi sempre di più nelle fumetterie, e in Italia le fumetterie sono solo 300 o poco più (una ogni 206.000 abitanti circa), a fronte di 30.000 edicole (una ogni 2000 abitanti circa)...
E questo porterebbe a pensare che, se i manga in Giappone sono così diffusi, è anche perchè il loro sistema di distribuzione è completamente diverso, visto che i manga magazine vengono distribuiti nelle edicole, nelle librerie e nei convenience store (negozi strutturati come piccoli autogrill, aperti giorno e notte)... Intercettando un ampio pubblico occasionale.
Mentre nelle fumetterie vere e proprie, oltre ai manga magazine, trovano posto i volumetti che raccolgono i fumetti comparsi proprio sui manga magazine (ma anche nelle produzioni amatoriali, sulle fanzine e su internet), i gadget, il merchandising specifico e tutto il resto. I manga magazine di cui sopra, quelli che vendono anche due milioni di copie a settimana, hanno anche un rapporto qualità prezzo molto interessante: oggi un numero di Shonen Jump, ad esempio, ha 500 pagine (su carta poverissima, perlopiù in bianco e nero, e con una buona dose di redazionali, articoli e pubblicità) e costa meno di 3 euro, ma poche settimane dopo lo si può trovare nel mercato dell'usato a meno della metà... E con queste caratteristiche tipografiche e distributive l'editoria nipponica può dare modo ai lettori di "sperimentare" in continuazione nuove storie e personaggi (con puntate di almeno 20 pagine a settimana), per poi fargli decidere in un secondo momento quali saranno quelle che vorranno collezionare in volumetto, decretandone il successo...
Inoltre, con questa formula editoriale, se un autore, una serie o un personaggio non convincono il pubblico, vengono silurati rapidamente per lasciare il posto a prodotti che riescono a centrare davverio i suoi gusti... E ciò spiega perchè queste riviste continuano ad organizzare concorsi per lanciare autori esordienti e nuove serie... Visto che, a differenza di quanto avviene in Italia, nel mercato editoriale nipponico i lettori (e il loro gradimento) vengono prima di tutto.
Anche perchè i manga si dividono per target, e quindi ogni manga magazine deve venire incontro alle esigenze di un pubblico specifico, che trova gradevole un certo tipo di contenuto e di approccio... E non avrebbe alcun senso prendere in considerazione l'opinione di chi quel contenuto e quell'approccio non lo gradisce a priori. Anche perchè nel tentativo di accontentare tutti si potrebbe finire per non accontentare (quasi) nessuno... Cosa che in Italia, in effetti, capita sempre più spesso, per tanti motivi sui quali sicuramente tornerò in futuro.
In ogni caso, ragionando nel modo sopracitato, anche se il Giappone resta una delle realtà tecnologicamente più avanzate del nostro pianeta, il settore dei manga magazine cartacei (siano essi settimanali, mensili o bimestrali) - nel momento in cui scrivo - regge ancora dignitosamente (CLICCATE QUI) e consta perlomeno di:
2 manga magazine hentai (hard per uomini etero)...
10 manga magazine josei (per donne adulte)...
3 manga magazine kodomo (per bambini piccoli)...
45 manga magazine seinen (per uomini adulti)...
25 manga magazine shojo (per ragazze)...
25 manga magazine shonen (per ragazzi)...
17 manga magazine yonkoma (cioè "a striscie" e/o umoristici in senso lato)...
9 manga magazine con contenuti yaoi (e cioè a base di tematiche gay, anche molto spinte, per ragazze etero)...
Un manga magazine yuri (a base di tematiche lesbiche)...
Senza contare almeno una dozzina di manga magazine dai contenuti "misti" e i bara manga (e cioè i fumetti propriamente gay) ospitati dai tre principali magazine gay "generalisti"...
E tutto questo in una nazione che, se gli alibi utilizzati dal fumetto italiano per giustificarsi fossero validi, avrebbe dovuto dire addio ai fumetti da almeno due decenni... E invece, nonostante un'inevitabile contrazione del mercato cartaceo, il caso del Giappone dimostra che non è il supporto - o l'indice demografico - a fare la differenza, ma il contenuto e la capacità di centrare i gusti del proprio pubblico di riferimento.
Una capacità che, evidentemente, in Italia scarseggia... Anche solo per il fatto che, mentre in Giappone i manga magazine mettono al centro stuoli di bambini e bambine, ragazzini e ragazzine, in cui il giovane pubblico può identificarsi in maniera variegata, dalle nostre parti al centro dell'attenzione restano i protagonisti adulti... Siano essi animali antropomorfi disneyani, eroi intercambiabili della Bonelli o altro...
E anche quando nelle loro storie, o in serie dedicate, compaiono personaggi più "giovani" il messaggio che passa è che siano "adulti in divenire", che i modelli "adulti" sono gli unici possibili e che comunque i "giovani" possono risultare "compiuti" solo una volta che sono diventati adulti e/o si sono ben integrati in un certo tipo di dinamica "adulta", che non lascia spazio a caratterizzazioni alternative a quelle "adulte" che - tradizionalmente - il fumetto italiano porta avanti da una quarantina d'anni...
Col risultato di condizionare e limitare pesantemente anche le proposte più innovative e "centrate" come l'ormai dimenticata (o rimossa?) serie W.I.T.C.H. (che guardacaso si ispirava alle formule estetiche e narrative dei manga, e che a sua volta ispirò una versione manga Made in Japan), portando la testata da picchi di 250.000 copie al mese (nel 2002) ad una fine ingloriosa e anonima (nel 2012)... E, se vi interessa, ho affrontato parte della questione in un altro post (CLICCATE QUI).
E così siamo arrivati al punto in cui, nelle edicole italiane di inizio 2016, non c'è nemmeno un fumetto Made in Italy con un protagonista under 25, o in cui comunque una persona under 25 possa identificarsi... Ed è facile ipotizzare che in questo modo il fumetto italiano si stia giocando un'ampissima fetta di lettori potenziali, che forse non riuscirà mai più a riagganciare...
Con buona pace di chi vuole dare la colpa di tutto alla sorte avversa, alle cause di forza maggiore e al calo demografico.
E comunque, piccola nota a margine, è bene ribadire che in Giappone la componente LGBT non è presente esclusivamente nei manga dedicati a questo specifico tema... E - anzi - accenni, sottotesti e ammiccamenti in questo senso - senza peraltro la fastidiosa componente omofoba e moralista che spesso li caratterizza nei fumetti italiani - possono trovare spazio praticamente in storie di tutti i tipi e per tutti i target.
E, per inciso, ammiccamenti estetici e narrativi in questo senso sono molto evidenti anche nel vendutissimo ONE PIECE... Dove peraltro gli omosessuali più appariscenti (gli okama) e le persone trans hanno addirittura un loro stile di arti marziali e un loro regno, e cioè l'arcipelago di Kamabakka (come spiegato anche nella wikipedia italiana di questo manga)...
E la cosa interessante è che l'autore Eiichirō Oda, in questo caso, si è divertito a giocare con una serie di stereotipi senza mai scadere nella riprovazione, nella commiserazione o nei pregiudizi omofobi. Tant'è che in più di un'occasione i gay di Kamabakka si sono anche rivelati un prezioso aiuto per il protagonista principale...
E a Lucca 2015 i cosplayer di ONE PIECE, tutti molto giovani, erano talmente tanti che hanno potuto animare un raduno con corteo solo per loro (cosa che a Lucca, di solito, avviene solo con i cosplay di STAR WARS e pochi altri)...
E secondo voi a Lucca 2015 quanti erano i cosplayer dei fumetti italiani?
E mediamente quanti anni avevano?
Qualcosa vorrà pur dire...
Alla prossima.
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