Ciao a tutti, come va?
Trovare degli spunti interessanti, e pertinenti a questo blog, nel mondo dei siti porno gay è abbastanza difficile. Un po' perchè gli investimenti sono sempre più bassi e di conseguenza gli spunti che posso coinvolgere l'immaginario pop (e gli investimenti necessari per ambientazioni, costumi ed effetti speciali) sono sempre molto pochi, e un po' perchè - tradizionalmente - sembra che l'immaginario omoerotico tenda a prediligere le situazioni terra terra o, al massimo, volutamente trash...
D'altra parte, avendo pochi mezzi a disposizione, e soprattutto una rosa di attori relativamente limitata (soprattutto fra quelli che sanno anche "recitare" e sono credibili in determinati ruoli), qualcuno deve aver notato che è meglio non rischiare di fare qualcosa di troppo trash, per poi ottenere l'effetto opposto a quello desiderato... Soprattutto per quel che riguarda le porno parodie.
Senza contare che la pirateria generalizzata non incentiva nuovi investimenti, che comunque non garantiscono il ritorno economico desiderato anche quando si cerca di mettere in piedi una produzione che - evidentemente - punta a raggiungere un minimo di qualità...
Quindi devo ammettere che mi ha abbastanza sorpreso il fatto di essermi imbattuto in un sito porno gay che, effettivamente, pur con evidente penuria di mezzi e risorse, ha scelto di puntare tutto su un'ambientazione urban fantasy, e ha persino cercato di creare un vero e proprio restroscena pseudo storico/mitologico per calare meglio l'utente nelle sue atmosfere...
E, soprattutto, mi ha colpito il fatto che ha cercato di compensare la mancanza di effetti speciali attraverso una breve introduzione a fumetti per ciascuna scena...
Il sito si chiama Growlboys (CLICCATE QUI), e chiunque lo ha progettato si è preso la briga di inventarsi un culto misterico dedicato a divinità minori - rimosse dalla coscienza collettiva - del pantheon classico, i tebanidi, che avrebbero le sembianze di satiri e si diletterebbero a inseminare giovani umani di sesso maschile, che grazie all'amplesso acquisterebbero un aspetto semi-animale nei momenti di eccitazione (prendendo il nome di prometeidi), per poi provare a loro volta insaziabili libidini verso i tebanidi e gli altri umani maschi...
Quindi, per farla breve, si tratterebbe di una specie di setta segreta che fra varie vicissitudini avrebbe continuato ad esistere fino ai giorni nostri...
E nella lunga ricostruzione storica (ovviamente fittizia, anche se hanno scomodato Erodoto e hanno segnalato le tracce di questi culti in varie epoche storiche, e persino nella Bologna del XII secolo...), l'anonimo autore della parte grafica ha realizzato anche una serie di immagini che richiamano finti reperti storici, che testimonierebbero la veridicità del tutto... Tra l'altro con risultati abbastanza apprezzabili (CLICCATE QUI)...
I video del sito, poi, si suddividono in una serie di capitoli, a loro volta raggruppati in quattro linee narrative: una ambientata nel mondo dei college (che ovviamente nasconde professori tebanidi o confraternite in cui viene praticato il loro culto segreto), una che segue le vicissitudini di un trafficante di sperma di prometeidi (che, se bevuto, pare abbia l'effetto di una droga), una incentrata su di un prometeide che - una volta scoperto - è stato allontanato dalla famiglia e dagli amici e ora vive in strada e, ancora, una linea narrativa che racconta di come spesso i locali gay non sono quello che sembrano...
Se proprio devo dirla tutta come incipit è molto meglio di tanti fumetti erotici gay (e forse non solo gay) che sono circolati negli ultimi anni, e sicuramente risulta più originale. Inoltre l'idea di proporre le parti introduttive (che - tecnicamente - sono quelle che richiederebbero più effetti speciali) attraverso l'utilizzo di tavole a fumetti è perlomeno interessante, e non sarebbe male se offrisse qualche spunto anche alla concorrenza.
Oltretutto in questo sito ci sono tutta una serie di citazioni colte che partono dalla mitologia classica e arrivano a Shakespeare... Quindi, a ben guardare, una volta tanto non si è dato per scontato che gli utenti potenziali non apprezzino questi dettagli...
Ovviamente non posso sapere se questo sito, che è relativamente nuovo, avrà successo o se si perderà nel mare magno delle infinite proposte erotiche del web, ma credo che valga la pena segnalarlo qui, se non altro per il fatto che - evidentemente - si è cercato di realizzare qualcosa che potesse intrigare un certo tipo di pubblico, presumo anche amante dei fumetti, senza scadere nel banale e nel trash fine a se stesso. Cosa che, in effetti, era tutt'altro che scontata... Soprattutto considerando che si è cercato di creare un filo conduttore che avesse anche un minimo di pathos e che non avesse un sottotesto ironico o parodistico...
Ovviamente se voi conoscete altri siti altrettanto originali che mi sono sfuggiti siete liberi di segnalarmeli...
Alla prossima.
venerdì 22 febbraio 2019
mercoledì 20 febbraio 2019
IL PARADIGMA DELLA MUTANDA
Ciao a tutti, come va?
Devo essere sincero: settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno mi sembra sempre più spesso di utilizzare questo blog per fare il punto sulla parabola discendente del fumetto italiano. Perlomeno nella sua accezione di intrattenimento popolare e/o per giovanissimi, e mi dispiace davvero. Perchè non penso che si meriti questa fine ingloriosa e perchè sono abbastanza sicuro che ci sia ancora un margine di recupero, anche se il punto di non ritorno è sempre più vicino.
Del come e del perchè siamo arrivati a questa situazione ho dato la mia interpretazione in una lunga serie di post, che hanno trovato posto da queste parti negli ultimi anni (più o meno all'inizio di ogni settimana), quindi non avrebbe molto senso che ricominciassi a ripetere tutto dall'inizio per l'ennesima volta. Tuttavia la recente riproposta in edicola, e per la prima volta a colori, della serie di Capitan Miki (che debuttò nel 1951 e che arrivò a vendere anche 250.000 copie a settimana), mi ha offerto uno spunto interessante su cui riflettere.
Anche perchè è avvenuta più o meno in concomitanza con la pubblicazione della terza avventura della nuova serie Bonelli dedicata al giovane Tex Willer, che ha dimostrato come il giovane Tex Willer del 2019 abbia almeno una cosa in comune con il Capitan Miki degli anni Cinquanta...
Da che parte cominciamo?
Probabilmente la cosa più corretta da fare sarebbe un passo indietro all'epoca del Vecchio West. Quello dei cowboys e degli indiani, degli sceriffi, delle diligenze e tutto il resto. In quel periodo storico il concetto di intimo maschile era - ovviamente - abbastanza diverso da quello che abbiamo noi oggi, anche perchè - soprattutto in quel contesto - le esigenze pratiche erano molto diverse.
Infatti l'indumento intimo più diffuso nel west erano i cosiddetti long-johns, ovvero la calzamaglia integrale con una pratica apertura posteriore per facilitare anche i momenti di evaquazione posteriore senza dover fare mille manovre.
I long-johns erano indossati perchè di notte riscaldavano meglio quando si dormiva all'aperto, mentre di giorno assorbivano il sudore e preservavano meglio gli indumenti sovrastanti dall'inevitabile processo di macerazione a cui sarebbero andati incontro se fossero rimasti inzuppati per giorni (anche perchè i grandi eroi del West di sicuro non avevano la possibilità di cambiarsi d'abito molto spesso).
Senza contare che dalla perenne macerazione dei tessuti sarebbero derivate tutta una serie di infezioni (anche fungine), che avrebbero reso la vita impossibile a chiunque.
Di questo indumento intimo arrivò anche una versione in due pezzi (maglietta+braghe di varia misura), ma non venne brevettata prima del 1915, quindi sicuramente non era in uso nel periodo storico che stiamo prendendo in esame. Di conseguenza se ne dedurrebbe che tutte le volte che si sono visti cowboy e sceriffi a torso nudo è perchè in quel momento sotto ai pantaloni non portavano nulla...
Ad ogni modo quando in Italia si diffuse la moda dei film western, e i fumetti seguirono a ruota questa tendenza, chi di dovere - probabilmente - sottovalutò l'importanza di certi dettagli, oppure - più semplicemente - ritenne che disegnare degli eroi che indossavano dei long-johns sarebbe stato controproducente. Un po' perchè quel tipo di abbigliamento, in Italia, era già diventato qualcosa di anacronistico, e perlopiù era associato alle tutine per l'infanzia, e un po' - presumo - perchè in quel periodo i fumettisti italiani non avevano modo di accedere a molti dettagli riguardo alla vita nel West, e compensavano con la loro interpretazione personale di quel contesto.
In ogni caso è probabile che i long-johns divennerò un vero e proprio tabù quando diventarono anche il tratto distintivo di Super Pippo (1965), la versione superpotenziata di un personaggio Disney noto per la sua goffaggine... E che probabilmente indossava i long-johns proprio per prendere in giro i supereroi che - spesso e volentieri - avevano le "mutande" in bella vista sopra la calzamaglia.
Oltretutto non bisogna dimenticare che, perlomeno fino agli anni Settanta, i fumetti western in Italia erano considerati un prodotto per giovani e giovanissimi, e sicuramente quel tipo di pubblico avrebbe fatto una certa fatica ad identificarsi con una serie di eroi (spesso loro coetanei), che indossavano indumenti intimi che - nella migliore delle ipotesi - gli ricordavano i loro nonni o i neonati. Quindi un po' per superficialità, un po' per ignoranza e un po' per intuizione commerciale, quasi da subito gli eroi dei fumetti western italiani iniziarono ad indossare un intimo maschile in linea con quello a cui erano abituati i loro lettori. Capitan Miki, ad esempio, finiva spesso per mostrarsi in canottiera e boxer, come potete intuire dalla tavola qui sotto.
Per la cronaca: le canottiere come le intendiamo oggi iniziarono a diffondersi negli USA come costumi da bagno (visto che per legge americana neanche gli uomini potevano mostrare i capezzoli in spiaggia) all'inizio del ventesimo secolo, mentre i boxer si diffusero solo dopo il 1925. E comunque, anche quando intorno al 1915 l'intimo maschile passò dal pezzo unico alla soluzione maglia/braghetta, nella migliore delle ipotesi ci si trovava di fronte a cose come quelle che vedete sotto, e che sono tratte proprio da un catalogo distribuito negli USA nel 1915...
Quindi diciamo pure che l'idea di rendere l'intimo di Capitan Miki più compatibile con l'idea di intimo che avevano i ragazzini degli anni Cinquanta e Sessanta poteva avere senso giusto per una questione di marketing (così come, per una questione di marketing, tutta la serie aveva trasfigurato la frontiera americana ad uso e consumo dei giovani italiani di quel periodo). Ad ogni modo il caso di Capitan Miki non era per nulla isolato. A titolo di esempio posso citare anche le avventure del Piccolo Ranger, il "clone" di Capitan Miki pubblicato proprio dalla Bonelli (che allora si chiamava ancora Edizioni Audace) a partire dal 1958.
Nel suo caso, però, quando deve togliersi i vestiti per motivi di forza maggiore scopriamo che indossa addirittura un paio di classiche mutande da uomo... Che probabilmente, nell'epoca in cui erano ambientate le sue avventure, non erano state nemmeno concepite.
Potrei citare altri casi illustri, ma penso di avere reso l'idea. Mi limito a segnalare, giusto per la cronaca, che anche gli storici disegnatori di Tex, quando di tanto in tanto si dilettavano a raffigurarlo in situazioni un un po' sconvenienti, continuavano ad utilizzare l'intimo maschile di cui avevano esperienza diretta, e non certo quello che avrebbe indossato lui se fosse davvero esistito...
Comunque, se nei decenni passati queste scelte potevano essere ascritte anche alla mancanza di documentazione, il fatto che siano portate avanti anche oggi dimostra che a monte c'è una strategia di altro tipo. E qui arriviamo al numero 3 di Tex Willer, arrivato in edicola a gennaio, in cui il protagonista si ritrova a fare il bagno in boxer con una procace indiana (anch'essa con un intimo storicamente insensato)... E a quanto pare conferma la tradizionale interpretazione italiana dell'intimo maschile nel vecchio West... Che, ovviamente, continua ad essere del tutto errata...
Io non posso sapere se sia trattato di una svista, di una distrazione, di una scelta allineata con la "tradizione" di cui sopra o semplicemente di uno stratagemma per rendere il personaggio sempre "cool" evitando di mostrarlo con i long-johns o - come sarebbe stato più logico in questo caso - completamente nudo. Quello che però posso dire con certezza è che questa lunga tradizione in fatto di "rivisitazioni" dell'intimo maschile dimostra che da sempre, per questioni di marketing, si può chiudere un occhio (o anche due) quando si verificano degli "aggiornamenti" di determinati elementi all'interno di queste storie. Soprattutto se non si vuole correre il rischio di cogliere impreparato il pubblico o di compromettere il suo processo di identificazione con i protagonisti... Magari rendendoli più ridicoli del dovuto, per gli standard di oggi, con dei long-johns...
E questa mistificazione dell'intimo maschile è avvenuta anche in un altro fumetto Bonelli di oggi, che in teoria avrebbe dovuto avere un approccio più innovativo nei confronti del fumetto western, e cioè quel Deadwood Dick che pure dovrebbe ispirarsi ad un personaggio realmente esistito: il cowboy afroamericano Nate Love (1854–1921).
Quindi diciamo che tutta questa analisi dimostra fondamentalmente una cosa: che ci sono elementi che, tradizionalmente, nel fumetto western italiano (ma anche in altri generi) vengono da sempre ritoccati per rendere il tutto più accattivante e, in una certa misura, più attuale e commerciale... Però questa filosofia si può applicare solo ad alcuni elementi estetici e narrativi e non ad altri. Se, fin dai tempi di Capitan Miki e del Piccolo Ranger, era tollerabile mettere i boxer e slip ai cowboy per non farli assomigliare troppo a Super Pippo, a tutt'oggi non sembra esserci alcuna reale intenzione di svecchiare i contenuti dei fumetti western (e non solo) introducendo tematiche e situazioni più vicine alla sensibilità di chi è giovane oggi...
Ad esempio sdoganando i personaggi omosessuali (in particolare quelli maschili e non stereotipati), possibilmente intesi nel senso moderno del termine e dandogli un ruolo di un certo rilievo nelle storie. O magari puntando un po' di più sul sex appeal maschile e non sempre e solo su quello femminile... Visto che ormai è una scelta condivisa da tutto il mondo dell'entertainment moderno...
La cosa un po' ironica, in effetti, è che se una volta si temeva che i long-johns suscitassero l'ilarità e l'effetto Super Pippo nel pubblico, e quindi si prendevano provvedimenti, oggi nessuno sembra rendersi conto di quanto l'approccio narrativo di certe serie, sempre uguale a se stesso e quindi sempre più datato, susciti comunque un effetto repellente presso le nuove generazioni... Anche se magari contribuisce a mantenere fedeli quelle vecchie (perlomeno fino ad esaurimento scorte).
Ovvio che, se le cose non cambieranno, e questo "paradigma della mutanda" continuerà ad essere valido solo per alcune cose e non per altre, non basteranno tutte le iniziative editoriali di questo mondo a risollevare una situazione in declino da anni.
Certo: si tratta in ogni caso di scelte legittime, però poi bisognerebbe assumersene la responsabilità e non piangere per la piega che prendono le cose... Cercando sempre nuovi capri espiatori mentre, ad esempio, si lascia che l'età media dei collaboratori - e delle persone che propongono "nuove" idee - continui ad alzarsi di pari passo con quella del pubblico...
Alla prossima.
P.S. Mi hanno fatto notare che in un'intervista del 1991 a Sergio Bonelli (che trovate CLICCANDO QUI) saltò fuori che effettivamente, all'inizio, i disegnatori della sua casa editrice munirono cowboy e pistoleri di boxer e canotte per mancanza di riferimenti, e che poi - visto che la cosa funzionava (ed era apprezzata dal pubblico) - divenne una tradizione consolidata:
"Perché non usavano i libri, per documentarsi?, potrebbe chiedersi qualcuno. Libri? Libri illustrati sul West, nell’Italia del primo dopoguerra? Sì, i libri esistevano, ma bisognava andarseli a comprare in Inghilterra e America (e quelli illustrati scarseggiavano comunque).
Il primo a farlo fu Rino Albertarelli, pioniere del fumetto italiano, anche di quello western, con il suo Kit Carson degli anni Trenta. Io ne seguii l’esempio. Era cominciata la nostra scoperta dell’America. Già alla fine degli anni Cinquanta, G. L. Bonelli immaginava le storie di Tex con la Guida Fodor del Vecchio West e pile di cartine geografiche accanto alla macchina da scrivere.
I luoghi erano tutti veri (con preferenza per quelli dai nomi più suggestivi, come “Foresta pietrificata” o “Deserto dipinto”), e se Tex doveva andare da una località all’altra, cavalcava quelle tante miglia e ci metteva quelle tante ore, né più né meno. La cartina faceva testo.
Da parte sua, Galep disegnava vere Colt e veri Winchester, vere bottiglie di whisky (non più improbabili fischi di Chinati come ai primordi) e realistici torrioni rocciosi dell’Arizona (non più il profilo del Catinaccio su cui, al posto del Navajos, era facile immaginare i rocciatori di Lecco o di Cortina). Con un’eccezione, però: finché i western antireroici e crepuscolari del glia nni Sessanta non mostrarono cowboy in deshabillé, ignorava (e noi con lui) che i rudi uomini del West portavano come biancheria intima, di preferenza, maglietta e mutandoni lunghi di flanella.
Così Tex, sotto la camicia e i jeans, indossò un’italica canottiera e italici boxer, che al massimo, a Hollywood, si permetteva Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio.
E poiché in fondo gli donano di più, continua a indossarli tuttora. Anche i lettori scoprivano l’America insieme a noi della Casa editrice."
Devo essere sincero: settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno mi sembra sempre più spesso di utilizzare questo blog per fare il punto sulla parabola discendente del fumetto italiano. Perlomeno nella sua accezione di intrattenimento popolare e/o per giovanissimi, e mi dispiace davvero. Perchè non penso che si meriti questa fine ingloriosa e perchè sono abbastanza sicuro che ci sia ancora un margine di recupero, anche se il punto di non ritorno è sempre più vicino.
Del come e del perchè siamo arrivati a questa situazione ho dato la mia interpretazione in una lunga serie di post, che hanno trovato posto da queste parti negli ultimi anni (più o meno all'inizio di ogni settimana), quindi non avrebbe molto senso che ricominciassi a ripetere tutto dall'inizio per l'ennesima volta. Tuttavia la recente riproposta in edicola, e per la prima volta a colori, della serie di Capitan Miki (che debuttò nel 1951 e che arrivò a vendere anche 250.000 copie a settimana), mi ha offerto uno spunto interessante su cui riflettere.
Anche perchè è avvenuta più o meno in concomitanza con la pubblicazione della terza avventura della nuova serie Bonelli dedicata al giovane Tex Willer, che ha dimostrato come il giovane Tex Willer del 2019 abbia almeno una cosa in comune con il Capitan Miki degli anni Cinquanta...
Da che parte cominciamo?
Probabilmente la cosa più corretta da fare sarebbe un passo indietro all'epoca del Vecchio West. Quello dei cowboys e degli indiani, degli sceriffi, delle diligenze e tutto il resto. In quel periodo storico il concetto di intimo maschile era - ovviamente - abbastanza diverso da quello che abbiamo noi oggi, anche perchè - soprattutto in quel contesto - le esigenze pratiche erano molto diverse.
Infatti l'indumento intimo più diffuso nel west erano i cosiddetti long-johns, ovvero la calzamaglia integrale con una pratica apertura posteriore per facilitare anche i momenti di evaquazione posteriore senza dover fare mille manovre.
I long-johns erano indossati perchè di notte riscaldavano meglio quando si dormiva all'aperto, mentre di giorno assorbivano il sudore e preservavano meglio gli indumenti sovrastanti dall'inevitabile processo di macerazione a cui sarebbero andati incontro se fossero rimasti inzuppati per giorni (anche perchè i grandi eroi del West di sicuro non avevano la possibilità di cambiarsi d'abito molto spesso).
Senza contare che dalla perenne macerazione dei tessuti sarebbero derivate tutta una serie di infezioni (anche fungine), che avrebbero reso la vita impossibile a chiunque.
Di questo indumento intimo arrivò anche una versione in due pezzi (maglietta+braghe di varia misura), ma non venne brevettata prima del 1915, quindi sicuramente non era in uso nel periodo storico che stiamo prendendo in esame. Di conseguenza se ne dedurrebbe che tutte le volte che si sono visti cowboy e sceriffi a torso nudo è perchè in quel momento sotto ai pantaloni non portavano nulla...
Ad ogni modo quando in Italia si diffuse la moda dei film western, e i fumetti seguirono a ruota questa tendenza, chi di dovere - probabilmente - sottovalutò l'importanza di certi dettagli, oppure - più semplicemente - ritenne che disegnare degli eroi che indossavano dei long-johns sarebbe stato controproducente. Un po' perchè quel tipo di abbigliamento, in Italia, era già diventato qualcosa di anacronistico, e perlopiù era associato alle tutine per l'infanzia, e un po' - presumo - perchè in quel periodo i fumettisti italiani non avevano modo di accedere a molti dettagli riguardo alla vita nel West, e compensavano con la loro interpretazione personale di quel contesto.
In ogni caso è probabile che i long-johns divennerò un vero e proprio tabù quando diventarono anche il tratto distintivo di Super Pippo (1965), la versione superpotenziata di un personaggio Disney noto per la sua goffaggine... E che probabilmente indossava i long-johns proprio per prendere in giro i supereroi che - spesso e volentieri - avevano le "mutande" in bella vista sopra la calzamaglia.
Oltretutto non bisogna dimenticare che, perlomeno fino agli anni Settanta, i fumetti western in Italia erano considerati un prodotto per giovani e giovanissimi, e sicuramente quel tipo di pubblico avrebbe fatto una certa fatica ad identificarsi con una serie di eroi (spesso loro coetanei), che indossavano indumenti intimi che - nella migliore delle ipotesi - gli ricordavano i loro nonni o i neonati. Quindi un po' per superficialità, un po' per ignoranza e un po' per intuizione commerciale, quasi da subito gli eroi dei fumetti western italiani iniziarono ad indossare un intimo maschile in linea con quello a cui erano abituati i loro lettori. Capitan Miki, ad esempio, finiva spesso per mostrarsi in canottiera e boxer, come potete intuire dalla tavola qui sotto.
Per la cronaca: le canottiere come le intendiamo oggi iniziarono a diffondersi negli USA come costumi da bagno (visto che per legge americana neanche gli uomini potevano mostrare i capezzoli in spiaggia) all'inizio del ventesimo secolo, mentre i boxer si diffusero solo dopo il 1925. E comunque, anche quando intorno al 1915 l'intimo maschile passò dal pezzo unico alla soluzione maglia/braghetta, nella migliore delle ipotesi ci si trovava di fronte a cose come quelle che vedete sotto, e che sono tratte proprio da un catalogo distribuito negli USA nel 1915...
Quindi diciamo pure che l'idea di rendere l'intimo di Capitan Miki più compatibile con l'idea di intimo che avevano i ragazzini degli anni Cinquanta e Sessanta poteva avere senso giusto per una questione di marketing (così come, per una questione di marketing, tutta la serie aveva trasfigurato la frontiera americana ad uso e consumo dei giovani italiani di quel periodo). Ad ogni modo il caso di Capitan Miki non era per nulla isolato. A titolo di esempio posso citare anche le avventure del Piccolo Ranger, il "clone" di Capitan Miki pubblicato proprio dalla Bonelli (che allora si chiamava ancora Edizioni Audace) a partire dal 1958.
Nel suo caso, però, quando deve togliersi i vestiti per motivi di forza maggiore scopriamo che indossa addirittura un paio di classiche mutande da uomo... Che probabilmente, nell'epoca in cui erano ambientate le sue avventure, non erano state nemmeno concepite.
Potrei citare altri casi illustri, ma penso di avere reso l'idea. Mi limito a segnalare, giusto per la cronaca, che anche gli storici disegnatori di Tex, quando di tanto in tanto si dilettavano a raffigurarlo in situazioni un un po' sconvenienti, continuavano ad utilizzare l'intimo maschile di cui avevano esperienza diretta, e non certo quello che avrebbe indossato lui se fosse davvero esistito...
Comunque, se nei decenni passati queste scelte potevano essere ascritte anche alla mancanza di documentazione, il fatto che siano portate avanti anche oggi dimostra che a monte c'è una strategia di altro tipo. E qui arriviamo al numero 3 di Tex Willer, arrivato in edicola a gennaio, in cui il protagonista si ritrova a fare il bagno in boxer con una procace indiana (anch'essa con un intimo storicamente insensato)... E a quanto pare conferma la tradizionale interpretazione italiana dell'intimo maschile nel vecchio West... Che, ovviamente, continua ad essere del tutto errata...
Io non posso sapere se sia trattato di una svista, di una distrazione, di una scelta allineata con la "tradizione" di cui sopra o semplicemente di uno stratagemma per rendere il personaggio sempre "cool" evitando di mostrarlo con i long-johns o - come sarebbe stato più logico in questo caso - completamente nudo. Quello che però posso dire con certezza è che questa lunga tradizione in fatto di "rivisitazioni" dell'intimo maschile dimostra che da sempre, per questioni di marketing, si può chiudere un occhio (o anche due) quando si verificano degli "aggiornamenti" di determinati elementi all'interno di queste storie. Soprattutto se non si vuole correre il rischio di cogliere impreparato il pubblico o di compromettere il suo processo di identificazione con i protagonisti... Magari rendendoli più ridicoli del dovuto, per gli standard di oggi, con dei long-johns...
E questa mistificazione dell'intimo maschile è avvenuta anche in un altro fumetto Bonelli di oggi, che in teoria avrebbe dovuto avere un approccio più innovativo nei confronti del fumetto western, e cioè quel Deadwood Dick che pure dovrebbe ispirarsi ad un personaggio realmente esistito: il cowboy afroamericano Nate Love (1854–1921).
Quindi diciamo che tutta questa analisi dimostra fondamentalmente una cosa: che ci sono elementi che, tradizionalmente, nel fumetto western italiano (ma anche in altri generi) vengono da sempre ritoccati per rendere il tutto più accattivante e, in una certa misura, più attuale e commerciale... Però questa filosofia si può applicare solo ad alcuni elementi estetici e narrativi e non ad altri. Se, fin dai tempi di Capitan Miki e del Piccolo Ranger, era tollerabile mettere i boxer e slip ai cowboy per non farli assomigliare troppo a Super Pippo, a tutt'oggi non sembra esserci alcuna reale intenzione di svecchiare i contenuti dei fumetti western (e non solo) introducendo tematiche e situazioni più vicine alla sensibilità di chi è giovane oggi...
Ad esempio sdoganando i personaggi omosessuali (in particolare quelli maschili e non stereotipati), possibilmente intesi nel senso moderno del termine e dandogli un ruolo di un certo rilievo nelle storie. O magari puntando un po' di più sul sex appeal maschile e non sempre e solo su quello femminile... Visto che ormai è una scelta condivisa da tutto il mondo dell'entertainment moderno...
La cosa un po' ironica, in effetti, è che se una volta si temeva che i long-johns suscitassero l'ilarità e l'effetto Super Pippo nel pubblico, e quindi si prendevano provvedimenti, oggi nessuno sembra rendersi conto di quanto l'approccio narrativo di certe serie, sempre uguale a se stesso e quindi sempre più datato, susciti comunque un effetto repellente presso le nuove generazioni... Anche se magari contribuisce a mantenere fedeli quelle vecchie (perlomeno fino ad esaurimento scorte).
Ovvio che, se le cose non cambieranno, e questo "paradigma della mutanda" continuerà ad essere valido solo per alcune cose e non per altre, non basteranno tutte le iniziative editoriali di questo mondo a risollevare una situazione in declino da anni.
Certo: si tratta in ogni caso di scelte legittime, però poi bisognerebbe assumersene la responsabilità e non piangere per la piega che prendono le cose... Cercando sempre nuovi capri espiatori mentre, ad esempio, si lascia che l'età media dei collaboratori - e delle persone che propongono "nuove" idee - continui ad alzarsi di pari passo con quella del pubblico...
Alla prossima.
P.S. Mi hanno fatto notare che in un'intervista del 1991 a Sergio Bonelli (che trovate CLICCANDO QUI) saltò fuori che effettivamente, all'inizio, i disegnatori della sua casa editrice munirono cowboy e pistoleri di boxer e canotte per mancanza di riferimenti, e che poi - visto che la cosa funzionava (ed era apprezzata dal pubblico) - divenne una tradizione consolidata:
"Perché non usavano i libri, per documentarsi?, potrebbe chiedersi qualcuno. Libri? Libri illustrati sul West, nell’Italia del primo dopoguerra? Sì, i libri esistevano, ma bisognava andarseli a comprare in Inghilterra e America (e quelli illustrati scarseggiavano comunque).
Il primo a farlo fu Rino Albertarelli, pioniere del fumetto italiano, anche di quello western, con il suo Kit Carson degli anni Trenta. Io ne seguii l’esempio. Era cominciata la nostra scoperta dell’America. Già alla fine degli anni Cinquanta, G. L. Bonelli immaginava le storie di Tex con la Guida Fodor del Vecchio West e pile di cartine geografiche accanto alla macchina da scrivere.
I luoghi erano tutti veri (con preferenza per quelli dai nomi più suggestivi, come “Foresta pietrificata” o “Deserto dipinto”), e se Tex doveva andare da una località all’altra, cavalcava quelle tante miglia e ci metteva quelle tante ore, né più né meno. La cartina faceva testo.
Da parte sua, Galep disegnava vere Colt e veri Winchester, vere bottiglie di whisky (non più improbabili fischi di Chinati come ai primordi) e realistici torrioni rocciosi dell’Arizona (non più il profilo del Catinaccio su cui, al posto del Navajos, era facile immaginare i rocciatori di Lecco o di Cortina). Con un’eccezione, però: finché i western antireroici e crepuscolari del glia nni Sessanta non mostrarono cowboy in deshabillé, ignorava (e noi con lui) che i rudi uomini del West portavano come biancheria intima, di preferenza, maglietta e mutandoni lunghi di flanella.
Così Tex, sotto la camicia e i jeans, indossò un’italica canottiera e italici boxer, che al massimo, a Hollywood, si permetteva Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio.
E poiché in fondo gli donano di più, continua a indossarli tuttora. Anche i lettori scoprivano l’America insieme a noi della Casa editrice."
giovedì 14 febbraio 2019
CENSURE INDONESIANE
Ciao a tutti, come va?
Come forse qualcuno di voi ricorderà io faccio volontariato da diversi anni. Quello che forse non sapete è che attualmente cerco di dare una mano in un'associazione che si chiama Il Grande Colibrì (CLICCATE QUI), e che si occupa di dare voce (e magari offrire un riferimento) alle minoranze all'interno della comunità LGBT. In particolare a quelle etniche e religiose, e infatti cerchiamo di dare una mano anche ai richiedenti asilo e ai rifugiati che scappano da nazioni in cui l'omosessualità è considerata un reato e comporta detenzione, tortura e/o pena di morte. Siccome ho sempre avuto paura di passare per quello che usa il volontariato per farsi bello (o magari con dei secondi fini), e in effetti provo anche un po' di avversione per chi lo fa, ho sempre cercato di parlare di questa cosa il meno possibile. Oggi, però, de Il Grande Colibrì devo proprio parlare anche qui.
Il Grande Colibrì è rimasto praticalmente l'ultimo sito di informazione LGBT italiano che ha ancora una sezione dedicata ai fumetti (CLICCATE QUI), che in molti casi sono realizzati da autori LGBT che vivono (o hanno vissuto) in contesti fortemente repressivi nei confronti dell'omosessualità. Ultimamente sta ospitando le tavole di un fumettista malese che usa lo pseudonimo di AlPantuni, e che racconta attraverso tavole in stile vagamente manga - e con il filtro dell'ironia - la sua esperienza di omosessuale in una cultura islamica estremamente intransigente nei confronti della sua condizione... Anche se attraverso le sue tavole autobiografiche si scoprono anche tante cose interessanti, a cui magari non si penserebbe mai... Come ad esempio, già nella primissima tavola della serie, l'omofobia delle locali appassionate di YAOI (!)...
Probabilmente qualcuno di voi penserà che questo stile di disegno amatoriale, e questi testi un po' ingenui, non possano competere con i fumetti e gli autori più blasonati, e che quindi non meritino attenzione. Errore. Perchè, anche se in Italia ce ne dimentichiamo spessissimo, il fumetto è un linguaggio e in quanto linguaggio quello che conta (per un buon 70% almeno) è la sua capacità di fare arrivare un determinato messaggio, al di là della cura della confezione. Altrimenti resta solo un esercizio di stile fine a se stesso.
E a quanto pare AlPantuni il messaggio riesce a farlo passare in maniera più che discreta, dato che le sue tavole stanno innescando un caso internazionale.
Dopo che la prima serie del suo webcomic era stata censurata, e praticamente è rimasta online solo grazie a Il Grande Colibrì, la seconda serie che ha iniziato a pubblicare sul suo profilo Instagram e su Facebook è finita nel mirino nientepopodimenochè del Ministro per le comunicazioni e l'informatica dell'Indonesia, Mr. Rudiantara (foto sotto)... Che ha chiesto ufficialmentea Instagram di rimuovere il profilo di AlPantuni, a meno che non volesse essere oscurata su tutto il indonesiano...
Qualche dettaglio in più su questo ricatto potete leggerlo CLICCANDO QUI.
Al momento il profilo Instagram di AlPantuni è scomparso, però non sappiamo se Instagram ha fatto due conti e si è vista costretta a cedere, oppure se - considerando che anche il profilo Facebook dell'autore è sparito misteriosamente - AlPantuni stia tirando i remi in barca, almeno provvisoriamente, nella speranza di evitare il peggio. Le ultime notizie che abbiamo avuto in associazione (siamo in contatto con lui solo tramite Facebook) erano che stava consultando il suo avvocato per capire come tutelarsi. Soprattutto considerando che, anche se usa uno pseudonimo, non è detto che prima o poi qualcuno non possa risalire a lui.
Ad ogni modo la notizia è arrivata anche ad ADVOCATE (CLICCATE QUI), a cui tra l'altro Instagram ha dichiarato di NON avere rimosso il suo profilo di propria iniziativa, quindi non è detto che la situazione non possa avere ulteriori sviluppi.
In ogni caso questa fosca vicenda ha il merito di mettere in evidenza, una volta di più, che il linguaggio del fumetto ha ancora un grande potenziale, nel bene e nel male, soprattutto quando si pone in aperto contrasto con le autorità (e le ipocrisie) costituite, soprattutto in fatto di morale bigotta.
E comunque penso che sia anche interessante notare che in certe aree del mondo c'è qualcuno che le sfida (a suo rischio e pericolo), mentre in Italia - dove pure i rischi che si corrono sono molto più limitati - questo modo di utilizzare e caratterizzare il linguaggio del fumetto è stato progressivamente abbandonato... Anche se, curiosamente, ogni volta che qualcuno percorre questa strada viene gratificato da un notevole successo.
Ora: è pur vero che anche il nostro Paese, in passato, è stato caratterizzato da una quantità imbarazzante di politici (e ufficiali giudiziari) che hanno strumentalizzato il mondo del fumetto e hanno cercato di limitarne la libertà espressiva... Però è anche vero che al giorno d'oggi tante cose sono cambiate, e probabilmente è abbastanza ridicolo mantenere lo stesso atteggiamento di reverenziale prudenza che era necessario adottare venti o trenta anni fa per non correre rischi... Ad esempio evitando accuratamente di trattare i temi che prova ad affrontare AlPantuni...
Anche se molti editori storici continuano a pensare che viviamo in un clima simil-indonesiano e che sia meglio continuare così. Intendiamoci: i fanatici e i bigotti ci sono anche da noi, ma - per fortuna - le persone che non sono come loro abbondano (anche se generalmente fanno meno rumore), e sono ancora libere di esprimersi e di non allinearsi alla loro linea di pensiero.
Quindi non sarebbe male se iniziassero ad essere tenute in maggiore considerazione, anche per evitare di sprofondare davvero in un clima come quello in cui vive AlPantuni.
Alla prossima.
Come forse qualcuno di voi ricorderà io faccio volontariato da diversi anni. Quello che forse non sapete è che attualmente cerco di dare una mano in un'associazione che si chiama Il Grande Colibrì (CLICCATE QUI), e che si occupa di dare voce (e magari offrire un riferimento) alle minoranze all'interno della comunità LGBT. In particolare a quelle etniche e religiose, e infatti cerchiamo di dare una mano anche ai richiedenti asilo e ai rifugiati che scappano da nazioni in cui l'omosessualità è considerata un reato e comporta detenzione, tortura e/o pena di morte. Siccome ho sempre avuto paura di passare per quello che usa il volontariato per farsi bello (o magari con dei secondi fini), e in effetti provo anche un po' di avversione per chi lo fa, ho sempre cercato di parlare di questa cosa il meno possibile. Oggi, però, de Il Grande Colibrì devo proprio parlare anche qui.
Il Grande Colibrì è rimasto praticalmente l'ultimo sito di informazione LGBT italiano che ha ancora una sezione dedicata ai fumetti (CLICCATE QUI), che in molti casi sono realizzati da autori LGBT che vivono (o hanno vissuto) in contesti fortemente repressivi nei confronti dell'omosessualità. Ultimamente sta ospitando le tavole di un fumettista malese che usa lo pseudonimo di AlPantuni, e che racconta attraverso tavole in stile vagamente manga - e con il filtro dell'ironia - la sua esperienza di omosessuale in una cultura islamica estremamente intransigente nei confronti della sua condizione... Anche se attraverso le sue tavole autobiografiche si scoprono anche tante cose interessanti, a cui magari non si penserebbe mai... Come ad esempio, già nella primissima tavola della serie, l'omofobia delle locali appassionate di YAOI (!)...
Probabilmente qualcuno di voi penserà che questo stile di disegno amatoriale, e questi testi un po' ingenui, non possano competere con i fumetti e gli autori più blasonati, e che quindi non meritino attenzione. Errore. Perchè, anche se in Italia ce ne dimentichiamo spessissimo, il fumetto è un linguaggio e in quanto linguaggio quello che conta (per un buon 70% almeno) è la sua capacità di fare arrivare un determinato messaggio, al di là della cura della confezione. Altrimenti resta solo un esercizio di stile fine a se stesso.
E a quanto pare AlPantuni il messaggio riesce a farlo passare in maniera più che discreta, dato che le sue tavole stanno innescando un caso internazionale.
Dopo che la prima serie del suo webcomic era stata censurata, e praticamente è rimasta online solo grazie a Il Grande Colibrì, la seconda serie che ha iniziato a pubblicare sul suo profilo Instagram e su Facebook è finita nel mirino nientepopodimenochè del Ministro per le comunicazioni e l'informatica dell'Indonesia, Mr. Rudiantara (foto sotto)... Che ha chiesto ufficialmentea Instagram di rimuovere il profilo di AlPantuni, a meno che non volesse essere oscurata su tutto il indonesiano...
Qualche dettaglio in più su questo ricatto potete leggerlo CLICCANDO QUI.
Al momento il profilo Instagram di AlPantuni è scomparso, però non sappiamo se Instagram ha fatto due conti e si è vista costretta a cedere, oppure se - considerando che anche il profilo Facebook dell'autore è sparito misteriosamente - AlPantuni stia tirando i remi in barca, almeno provvisoriamente, nella speranza di evitare il peggio. Le ultime notizie che abbiamo avuto in associazione (siamo in contatto con lui solo tramite Facebook) erano che stava consultando il suo avvocato per capire come tutelarsi. Soprattutto considerando che, anche se usa uno pseudonimo, non è detto che prima o poi qualcuno non possa risalire a lui.
Ad ogni modo la notizia è arrivata anche ad ADVOCATE (CLICCATE QUI), a cui tra l'altro Instagram ha dichiarato di NON avere rimosso il suo profilo di propria iniziativa, quindi non è detto che la situazione non possa avere ulteriori sviluppi.
E comunque penso che sia anche interessante notare che in certe aree del mondo c'è qualcuno che le sfida (a suo rischio e pericolo), mentre in Italia - dove pure i rischi che si corrono sono molto più limitati - questo modo di utilizzare e caratterizzare il linguaggio del fumetto è stato progressivamente abbandonato... Anche se, curiosamente, ogni volta che qualcuno percorre questa strada viene gratificato da un notevole successo.
Ora: è pur vero che anche il nostro Paese, in passato, è stato caratterizzato da una quantità imbarazzante di politici (e ufficiali giudiziari) che hanno strumentalizzato il mondo del fumetto e hanno cercato di limitarne la libertà espressiva... Però è anche vero che al giorno d'oggi tante cose sono cambiate, e probabilmente è abbastanza ridicolo mantenere lo stesso atteggiamento di reverenziale prudenza che era necessario adottare venti o trenta anni fa per non correre rischi... Ad esempio evitando accuratamente di trattare i temi che prova ad affrontare AlPantuni...
Anche se molti editori storici continuano a pensare che viviamo in un clima simil-indonesiano e che sia meglio continuare così. Intendiamoci: i fanatici e i bigotti ci sono anche da noi, ma - per fortuna - le persone che non sono come loro abbondano (anche se generalmente fanno meno rumore), e sono ancora libere di esprimersi e di non allinearsi alla loro linea di pensiero.
Quindi non sarebbe male se iniziassero ad essere tenute in maggiore considerazione, anche per evitare di sprofondare davvero in un clima come quello in cui vive AlPantuni.
Alla prossima.
martedì 12 febbraio 2019
EPPUR SI MUOVE...
Ciao a tutti, come va?
Sabato scorso sono stato al Nerd Show di Bologna, una di quelle manifestazioni post-fumettistiche che celebrano la cultura nerd in quanto tale e non in quanto diretta emanazione del mondo del fumetto, che comunque rappresenta ancora fetta importante dei suoi contenuti...
Anche perchè una delle attrattive di questa edizione era un'ampia Artist Alley, forse la più ampia mai vista in una manifestazione italiana, in cui gli autori di fumetti autogestivano i propri spazi, la vendita dei propri lavori, gli sketch, le chiacchiere con i lettori e tutto il resto. E, devo essere sincero, a differenza di quello che avviene in altre manifestazioni, più vecchio stampo, era bello vedere un pubblico variegato e di tante età che condivideva gli stessi spazi e che trovava comunque qualcosa che fosse di suo interesse.
Ovviamente, essendo questa una manifestazione di nuova gererazione (e forse anche per via del fatto che si teneva dalle parti di Bologna), la quota LGBT è stata visibilmente rispettata...
Comunque, al di là della quota LGBT in quanto tale, penso che questa edizione di Bologna Nerd sia stata importante perchè ha dato modo a Samuel Spano - fra una dedica e l'altra - di presentare ufficialmente il suo nuovo progetto in collaborazione con la Cosmo Editoriale...
A quanto pare il grande successo di Nine Stones, e il fatto che continua ad essere necessario ristamparlo, ha spinto la casa editrice a varare una vera e propria sottoetichetta editoriale dedicata al mondo dei BOYS LOVE... Attenzione però: non ai classici manga prodotti in Giappone, ma a tutte quelle produzioni che ad essi si ispirano... E che magari puntano a storie politicamente scorrette e creativamente audaci... E infatti una delle particolarità di questa nuova linea, che si chiamerà MIZAR, sarà proprio quella di offrire opere senza censura...
E, per riprendere le parole dello stesso Samuel Spano:
«Abbiamo deciso di chiamare la collana in questo modo perché Mizar è un sistema binario di stelle» dichiarano i curatori, «quindi rimaniamo dentro il sistema del Cosmo che richiama il nome della casa editrice, appunto. Le tematiche lgbt saranno presenti, ma non avranno necessariamente scopi educativi, anzi: i protagonisti possono anche essere “stronzi”, la trama può essere cruda e tagliente, ecc. Vogliamo liberare l’Arte del fumetto dal fardello che l’autore e l’editore hanno nell’urtare o meno la sensibilità di qualcuno: a quello ci pensano tanti altri editori, noi vogliamo essere diversi. Dato che il genere è famoso e diffuso in Giappone, mentre è quasi inesistente come prodotto inedito italiano, uno dei tratti caratteristici delle storie sarà che non avranno necessariamente un tratto euromanga; inoltre tutte le storie saranno a colori.»
Che, in teoria, dovrebbe essere il ragionamento che dovrebbe fare qualsiasi editore moderno, ma nel contesto italiano attuale risulta vera e propria avanguardia. Il progetto sarà curato da Samuel Spano e Valeria Gobbato, e i primi due titoli previsti saranno La Calaca de Azucar di Cristina Kokoro e Lelecat e Always raining here di Hazel e Bell...
Inutile dire che, per uno come me (e se leggete questo blog da qualche anno sapete che intendo), queste dichiarazioni risultano particolarmente balsamiche.
Credo che sia la prima volta che una casa editrice italiana che pubblica anche fumetti in formato "popolare" per le edicole si sia cimentata in un'iniziativa del genere (e di questa portata)... Quindi tanti in bocca al lupo a tutti e complimenti per il coraggio, soprattutto in questo periodo. Ovviamente la speranza è che presto possano trovare spazio anche dei fumetti LGBT non necessariamente legati all'universo BOYS LOVE... Visto che in Italia se ne sono visti sempre pochi.
Restiamo in attesa di verificare quali saranno gli ulteriori sviluppi... E incrociamo le dita.
Comunque, per una sorta di sincronismo junghiano, sta facendo i primi passi anche un altro progetto editoriale senza preclusioni verso un certo tipo di contenuto, e cioè la casa editrice Kudos, messa in piedi da Raffaele Rocchi e Laurence "Wendigo" Casalini, nome ben noto al mondo degli appassionati di illustrazioni omoerotiche, che si occuperà anche di valutare le proposte che arriveranno in redazione... Se volete maggiori informazioni potete trovarle CLICCANDO QUI.
Anche in questo caso aspettiamo gli sviluppi della situazione e incrociamo le dita.
Ad ogni modo devo ammettere che, considerando che fino a poche settimane fa pensavo che la più grande novità editoriale di questo periodo sarebbe stato l'arrivo della prima ristampa a colori di Capitan Miki in edicola, sono stato favorevolmente sorpreso dalla piega che ha preso la situazione... Soprattutto se si considera il particolare contesto socio culturale in cui stiamo vivendo in questo periodo.
Forse qualcosina sta ricominciando timidamente a muoversi?
Ovviamente è ancora troppo presto per dirlo, però è anche vero che le cose non possono rimanere immobili per sempre...
Quindi staremo a vedere (con curiosità)
Alla prossima.
Sabato scorso sono stato al Nerd Show di Bologna, una di quelle manifestazioni post-fumettistiche che celebrano la cultura nerd in quanto tale e non in quanto diretta emanazione del mondo del fumetto, che comunque rappresenta ancora fetta importante dei suoi contenuti...
Anche perchè una delle attrattive di questa edizione era un'ampia Artist Alley, forse la più ampia mai vista in una manifestazione italiana, in cui gli autori di fumetti autogestivano i propri spazi, la vendita dei propri lavori, gli sketch, le chiacchiere con i lettori e tutto il resto. E, devo essere sincero, a differenza di quello che avviene in altre manifestazioni, più vecchio stampo, era bello vedere un pubblico variegato e di tante età che condivideva gli stessi spazi e che trovava comunque qualcosa che fosse di suo interesse.
Ovviamente, essendo questa una manifestazione di nuova gererazione (e forse anche per via del fatto che si teneva dalle parti di Bologna), la quota LGBT è stata visibilmente rispettata...
Comunque, al di là della quota LGBT in quanto tale, penso che questa edizione di Bologna Nerd sia stata importante perchè ha dato modo a Samuel Spano - fra una dedica e l'altra - di presentare ufficialmente il suo nuovo progetto in collaborazione con la Cosmo Editoriale...
A quanto pare il grande successo di Nine Stones, e il fatto che continua ad essere necessario ristamparlo, ha spinto la casa editrice a varare una vera e propria sottoetichetta editoriale dedicata al mondo dei BOYS LOVE... Attenzione però: non ai classici manga prodotti in Giappone, ma a tutte quelle produzioni che ad essi si ispirano... E che magari puntano a storie politicamente scorrette e creativamente audaci... E infatti una delle particolarità di questa nuova linea, che si chiamerà MIZAR, sarà proprio quella di offrire opere senza censura...
E, per riprendere le parole dello stesso Samuel Spano:
«Abbiamo deciso di chiamare la collana in questo modo perché Mizar è un sistema binario di stelle» dichiarano i curatori, «quindi rimaniamo dentro il sistema del Cosmo che richiama il nome della casa editrice, appunto. Le tematiche lgbt saranno presenti, ma non avranno necessariamente scopi educativi, anzi: i protagonisti possono anche essere “stronzi”, la trama può essere cruda e tagliente, ecc. Vogliamo liberare l’Arte del fumetto dal fardello che l’autore e l’editore hanno nell’urtare o meno la sensibilità di qualcuno: a quello ci pensano tanti altri editori, noi vogliamo essere diversi. Dato che il genere è famoso e diffuso in Giappone, mentre è quasi inesistente come prodotto inedito italiano, uno dei tratti caratteristici delle storie sarà che non avranno necessariamente un tratto euromanga; inoltre tutte le storie saranno a colori.»
Che, in teoria, dovrebbe essere il ragionamento che dovrebbe fare qualsiasi editore moderno, ma nel contesto italiano attuale risulta vera e propria avanguardia. Il progetto sarà curato da Samuel Spano e Valeria Gobbato, e i primi due titoli previsti saranno La Calaca de Azucar di Cristina Kokoro e Lelecat e Always raining here di Hazel e Bell...
Inutile dire che, per uno come me (e se leggete questo blog da qualche anno sapete che intendo), queste dichiarazioni risultano particolarmente balsamiche.
Credo che sia la prima volta che una casa editrice italiana che pubblica anche fumetti in formato "popolare" per le edicole si sia cimentata in un'iniziativa del genere (e di questa portata)... Quindi tanti in bocca al lupo a tutti e complimenti per il coraggio, soprattutto in questo periodo. Ovviamente la speranza è che presto possano trovare spazio anche dei fumetti LGBT non necessariamente legati all'universo BOYS LOVE... Visto che in Italia se ne sono visti sempre pochi.
Restiamo in attesa di verificare quali saranno gli ulteriori sviluppi... E incrociamo le dita.
Comunque, per una sorta di sincronismo junghiano, sta facendo i primi passi anche un altro progetto editoriale senza preclusioni verso un certo tipo di contenuto, e cioè la casa editrice Kudos, messa in piedi da Raffaele Rocchi e Laurence "Wendigo" Casalini, nome ben noto al mondo degli appassionati di illustrazioni omoerotiche, che si occuperà anche di valutare le proposte che arriveranno in redazione... Se volete maggiori informazioni potete trovarle CLICCANDO QUI.
Anche in questo caso aspettiamo gli sviluppi della situazione e incrociamo le dita.
Ad ogni modo devo ammettere che, considerando che fino a poche settimane fa pensavo che la più grande novità editoriale di questo periodo sarebbe stato l'arrivo della prima ristampa a colori di Capitan Miki in edicola, sono stato favorevolmente sorpreso dalla piega che ha preso la situazione... Soprattutto se si considera il particolare contesto socio culturale in cui stiamo vivendo in questo periodo.
Forse qualcosina sta ricominciando timidamente a muoversi?
Ovviamente è ancora troppo presto per dirlo, però è anche vero che le cose non possono rimanere immobili per sempre...
Quindi staremo a vedere (con curiosità)
Alla prossima.
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