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martedì 30 maggio 2017

EDICOLANDO...

Ciao a tutti, come va?

Forse avrete notato che tengo in massima considerazione i vostri commenti, soprattutto quando mi offrono dei nuovi spunti da approfondire nei miei post, e così oggi ho pensato di cogliere la palla al balzo e di rispondere ad una considerazione espressa da un anonimo lettore su un mio post della scorsa settimana (CLICCATE QUI)... Questo anonimo lettore mi dice:

"Ciao Valeriano, innanzitutto bentornato!
Il tuo post di oggi mi ha fatto particolarmente piacere perché parli di una serie, The Woods, che seguo dall'inizio e che trovo particolarmente ben riuscita proprio per i suoi personaggi gay, ben disegnati e senza forzature.
Riguardo ad Archie e Jughead la sorpresa è stata che vengono pubblicati anche in Italia. Scusa l'ignoranza ma da tempo ho smesso di vedere che cosa viene elemosinato dagli editori nostrani.
La tua riflessione sulle edicole invece, mi lascia perplesso: condivido quello che dici sulle politiche editoriali avulse dalla realtà, ma non stai commettendo anche tu lo stesso errore quando metti l'edicola al centro di una riflessione del rapporto tra giovani e fumetto? Capirei se dicessi che gli editori italiani dovrebbero proporre più fumetti in digitale (The Woods in kindle costa un quarto che in paperback) o cercare canali per avvicinarsi ai desideri specifici di chi oggi si procura quel che gli interessa attraverso il crowfunding. Ma pensare che un quindicenne di oggi abbia voglia di fare come facevamo noi una volta - segnarsi un'uscita interessante, andarla a cercare il giorno dell'uscita (perché prenotarla sarebbe stato un costo inutile se non fosse piaciuta), andare in edicola in edicola se si trattava di qualcosa di non proprio mainstream...- io non penso sia realistico."


Ovviamente la parte a cui vorrei rispondere è quella in cui, fra le righe, scrive che le edicole ormai sono un circuito privo di appeal per i i giovani lettori.

Caro Anonimo: davvero non sai quanti spunti interessanti mi hai offerto esternando la tua perplessità...

Partiamo da un paio di constatazioni: la prima è che effettivamente i quindicenni di oggi NON sono più abituati a cercare in edicola dei fumetti da leggere per passare il tempo, la seconda è che - nella stragrande maggioranza dei casi -  non considerano più i fumetti un passatempo in grado di competere con gli altri che hanno a disposizione oggi... Anche per via di quello che hanno visto in edicola negli ultimi quindici anni.

Quindi su questo siamo d'accordo.

Il punto è: tutto questo implica che i fumetti cartacei sono obsoleti, che la narrativa a fumetti non regge il confronto con altre forme di intrattenimento e che le edicole sono diventate un residuo del passato? Oppure i motivi alla base di questa situazione sono altri? E, se i motivi fossero altri, la situazione potrebbe avere ancora un margine di miglioramento?

Personalmente sono abbastanza convinto che la piega che hanno preso gli eventi abbia seguito una successione logica abbastanza chiara, e che le radici della situazione attuale probabilmente si perdano nella metà degli anni Settanta.

Fino a quel momento i fumetti, in Italia, si vendevano davvero bene. Poi arrivarono le emittenti private e la conseguente invasione delle serie animate giapponesi, che mutarono radicalmente le aspettative e le esigenze narrative delle nuove generazioni. Le case editrici italiane di fumetti si trovarono impreparate, non riuscirono a stare al passo e nel giro di una decina d'anni le vendite medie si dimezzarono e molti editori dovettero chiudere bottega. Ne ho parlato nel dettaglio QUI.

Fu necessario molto tempo per dare modo al settore di riprendersi: sperimentando nuove strade col fumetto italiano, riproponendo i supereroi americani in chiave più matura e professionale e "scoprendo" il vero potenziale dei manga. Tant'è che nei primi anni Novanta l'editoria a fumetti italiana iniziò a tirare di nuovo un sospiro di sollievo e su molte riviste specializzate dell'epoca si iniziò a parlare di fine della crisi.

Tuttavia qualcosa, dietro le quinte, stava cambiando radicalmente.

Grossomodo fino alla metà degli anni Novanta c'era stata una distinzione abbastanza netta fra l'editore (che poteva essere più o meno appassionato di fumetti, ma che era fondamentalmente un imprenditore) e il consulente editoriale (che era prima di tutto un lettore appassionato, informatissimo e preparatissimo, ma quasi sempre con una scarsa capacità di valutare la situazione nel suo insieme e di mantenere il contatto con la realtà, anche perchè spesso era molto giovane)... E di solito le cose andavano bene quando queste due figure si compensavano a vicenda, in particolare quando si trattava di fumetti stranieri da pubblicare in italiano.

In realtà, all'inizio, la figura del consulente editoriale si sovrapponeva a quella dell'editore, del curatore con molta esperienza o del collaboratore di lunga data (e nelle case editrici che producono fumetti italiani il modello è rimasto a lungo questo), poi - intorno alla metà degli anni Ottanta - le competenze richieste ad un consulente editoriale iniziarono ad essere più specifiche, e si iniziò a ricercare questa figura soprattutto fra gli appassionati che si erano fatti notare nel mondo delle fanzine: ragazzi che conoscevano perfettamente i fumetti di cui si occupavano, seguendoli anche in lingua originale. Questa nuova strategia dette quasi subito dei buoni frutti (anche perche questi consulenti editoriali spesso si sovrapponevano al pubblico a cui miravano gli editori, sia per sensibilità che per fascia d'età), riuscendo a fare cose importanti come rilanciare i fumetti MARVEL in Italia o spianare la strada i manga. Così, nel giro di poco tempo, divenne sempre più evidente che se un editore si ostinava ad essere consulente editoriale di se stesso - senza, cioè, affidarsi a chi era più competente di lui in questo senso - succedevano dei guai, e i flop non tardavano a manifestarsi... Anche in maniera abbastanza catastrofica.

Comunque, come dicevo, grossomodo nella metà degli anni Novanta accadde qualcosa di nuovo: per tutta una serie di contingenze (che sarebbe troppo lungo spiegare ora) quelli che fino a pochi anni prima erano stati semplici consulenti editoriali iniziarono a diventare direttori editoriali di progetti anche molto importanti, mentre altri appassionati all'ultimo stadio iniziarono a diventare piccoli editori appoggiandosi al circuito delle fumetterie. Se gli editori che occasionalmente si improvvisavano consulenti editoriali facevano dei danni, quello che iniziò ad accadere quando i consulenti editoriali (e più in generale gli appassionati) assunserò ruoli gestionali in pianta stabile (coinvolgendo un numero crescente di persone che avevano conosciuto nel giro delle fanzine e delle autoproduzioni) fu una vera e propria rivoluzione, che cambiò lentamente e radicalmente la situazione del fumetto in Italia... E non esattamente in meglio.

Nel giro di un decennio le pubblicazioni a fumetti italiane diventarono sempre più spesso dei prodotti pensati da appassionati per appassionati: dalla confezione, alla cura editoriale, ai redazionali, alla scelta dei titoli e via discorrendo... Per non parlare di una distribuzione sempre più concentrata nelle fumetterie e sempre più propensa a costose edizioni da libreria...

E il tutto accadeva dimenticando troppo spesso un dato essenziale, e cioè che i lettori di fumetti, prima di diventare collezionisti, hanno semplicemente il bisogno (e il diritto) di diventare lettori... E che oltre ai lettori adulti e/o tardo adolescenti bisognava cercare di venire incontro alle esigente dei lettori più giovani: quelli da coltivare in vista dei successivi ricambi generazionali. 

Così alla fine, quasi senza accorgersene, si è iniziato a guardare al sistema distributivo americano (o magari francese, se si era appassionati di fumetto europeo) come ad un modello vincente da imitare, nonchè alla strada più semplice per avere la minima spesa e la massima resa. Non che ci fosse niente di male, ma questo la dice lunga sulla lungimiranza di chi, fondamentalmente, metteva al centro di tutto la propria visione di "appassionato", senza badare troppo alle particolarità della situazione italiana o al fatto che, ad esempio, le edicole italiane continuavano (e continuano) ad attirare tantissimi potenziali lettori under 16, a prescindere dai fumetti... Perchè USA e Italia non sono la stessa cosa.

Breve digressione: negli USA, una volta, i fumetti si vendevano principalmente negli empori alimentari (molto meno nelle edicole), che avevano uno o più espositori dedicati, magari vicino a quelli per le caramelle, le merendine, le figurine e per tutti quegli articoli che si rivolgevano ai giovanissimi e agli adolescenti (qualcosa di molto simile a quello che sono le edicole italiane oggi, insomma). Favorendo, e non poco, la diffusione e la conoscenza di queste produzioni presso il giovane pubblico potenziale.

Adesso, però, quegli espositori si trovano perlopiù nelle case dei collezionisti...

E questo perchè dagli anni Settanta, coi fumetti underground distribuiti nei negozi alternativi, e dagli anni Ottanta, coi fumetti prodotti per il solo cicuito delle fumetterie (che una volta si occupavano solo di usato e arretrati), si iniziarono a percorrere altre strade... Un po' perchè il nuovo sistema distributivo nelle fumetterie non comportava spese per il recupero dell'invenduto, e un po' perchè le tirature potevano andare di pari passo con le prenotazioni eliminando gli sprechi, i comic shop divennero il circuito principale di distribuzione (perlomeno fino all'arrivo di internet)... Anche perchè, obbiettivamente, gli empori alimentari NON erano un circuito distributivo specifico per la stampa ed erano fondamentalmente inadeguati a fornire il supporto necessario agli appassionati che cercavano titoli specifici, che volevano farsi tenere da parte qualcosa e magari volevano farsi arrivare qualche arretrato recente: tutte cose che le edicole italiane potevano e possono ancora fare (quando sono gestite in maniera competente). Quindi paragonare il ruolo che le fumetterie hanno avuto negli USA a quello che potevano avere in Italia - e allineare le scelte distributive di conseguenza - non è stato propriamente assennato, tantopiù che adesso anche negli USA si sta aprendo una discussione sul ruolo delle fumetterie. Nel senso che, se per molto tempo sono sembrate una buona soluzione per implementare i guadagni risparmiando, nel lungo periodo - al netto delle speculazioni e dei collezionisti - hanno iniziato a rivelare tutti i loro limiti per quel che riguardava la conquista del nuovo pubblico occasionale, e in particolare per il lancio e la diffusione di nuove serie che si rivolgono ad un pubblico diverso da quello che frequenta abitualmente le fumetterie. Tant'è che la MARVEL, proprio di recente, ha deciso di chiudere una trentina di serie dopo pochi numeri, perchè non arrivavano a vendere 20.000 copie al mese (e probabilmente di questo tornerò a parlare), anche se - almeno in alcuni casi - erano davvero interessanti e col tempo avrebbero potuto coinvolgere un pubblico davvero nuovo (cosa che probabilmente sarebbero riuscite a fare subito se fossero ancora state vendute negli empori alimentari, ma tant'è)...

Tra l'altro se gli editori americani si sono concentrati nelle fumetterie è anche perchè, quando erano meno congestionate, avevano dimostrato di poter creare e sostenere dei casi editoriali nati dal niente: nel 1984 il primo numero autoprodotto di TEENAGE MUTANT NINJA TURTLES vendette 3000 copie, e il terzo arrivò già a venderne 125.000! Però all'epoca il grosso della distribuzione dei grandi editori si concentrava altrove, e quindi era possibile che le fumetterie facessero da volano per le nuove idee. Nelle fumetterie italiane, che hanno iniziato a diffondersi sul serio quando avevano già iniziato a saturarsi, casi del genere non se ne sono mai verificati... Oltretutto il mercato delle fumetterie in Italia ha incentivato un circuito distributivo alimentato da piccoli editori che pubblicano fumetti per passione e che per andare in pareggio possono permettersi di vendere poche migliaia di copie di ciascun titolo, col risultato di ingolfare ulteriormente gli scaffali senza doversi preoccupare troppo di avere dei riscontri di pubblico davvero ampi... Con tutte le conseguenze del caso sulla salute e la diffusione del fumetto in senso lato.

Comunque il succo del discorso è che dalla metà degli anni Novanta a oggi chi ha gestito l'editoria a fumetti italiana ha, più o meno consapevolmente, contribuito a modellare una realtà editoriale e distributiva a prova di collezionista e appassionato, ma molto poco accativante per i lettori occasionali... E soprattutto non proprio ideale per il mercato delle edicole, che pian piano è passato in secondo piano per molti editori, facendo in modo che le ultime generazioni iniziassero a snobbare gli scaffali dei fumetti dell'edicola sotto casa... Senza contare che, a dire il vero, chi ancora produce fumetti principalmente per le edicole ha un occhio di riguardo soprattutto per i suoi lettori storici, che non sono più giovani da un po'... E anche questo non ha aiutato.

Sicuramente la recente ascesa del web, delle letture digitali, degli smartphone e delle serie TV in streaming non ha certo aiutato, così come non ha aiutato il fatto che le serie animate giapponesi siano praticamente scomparse dai palinsesti televisivi (e anche di questo dovrò sicuramente parlare ancora), con buona pace di chi pubblica manga sperando di bissare il successo di Dragon Ball, Naruto e One Piece... Però è evidente che se le cose hanno preso una certa piega non è stato solo per una questione di nuove abitudini e nuove tendenze giovanili.

Certo, qualcuno può obbiettare a questa mia analisi dicendo che i fumetti, e in particolare i fumetti su carta, sono una forma di intrattenimento obsoleta... Soprattutto se vengono distribuiti in un circuito generalista come quello delle edicole...

Eppure, in Giappone, i manga  - prima di essere venduti in volumetti nei manga shop - vengono ancora proposti in riviste antologiche distribuite nelle edicole e nei convenience store (negozi in stile autogrill, per certi versi molto simili agli empori in cui i fumetti americani erano venduti una volta)...

E guardacaso gli editori del famoso settimanale SHONEN JUMP possono permettersi di essere preoccupati perchè nei primi mesi del 2017 la rivista ha distribuito "solo" 1.915.000 di copie a settimana, anzichè 2.005.833 di copie come alla fine del 2016! E parliamo di una nazione in cui le distrazioni per i giovani, e in particolare quelle tecnologiche, di certo non mancano.

Però parliamo anche di una nazione che - dal punto di vista dell'editoria a fumetti - ha sempre messo al centro di tutto le esigenze del pubblico, piuttosto che le aspirazioni  personali di editori e consulenti editoriali vari... E infatti, anche se sono lontani i fasti della metà degli anni Novanta (quando, grazie a serie come Dragon Ball e Slam Dunk, SHONEN JUMP riusciva a superare anche i sei milioni di copie alla settimana), direi che questa strategia distributiva continua ad avere un suo senso.

Tra l'altro, curiosando in rete, si può trovare un bel grafico (parziale) relativo all'andamento delle vendite di SHONEN JUMP (la fonte è QUI).

Secondo me è abbastanza interessante notare che all'inizio degli anni Settanta questo settimanale vendeva, più o meno, quanto la somma di due settimanali a fumetti antologici italiani di quel periodo: IL MONELLO e L'INTREPIDO (che ancora nel 1976, assieme, superavano il milione di copie vendute ogni settimana)... Due settimanali che comunque avevano una fogliazione inferiore, serie meno lunghe e altre caratteristiche che le penalizzavano rispetto al loro collega giapponese. Poi, dagli anni Settanta, SHONEN JUMP ha incassato un successo dopo un altro, proponendo delle serie che - guardacaso - sono diventate dei cult anche da noi...

Mentre L'INTREPIDO e IL MONELLO non sono riuscite a stare il passo coi gusti del pubblico italiano, e hanno dovuto chiudere i battenti più o meno mentre SHONEN JUMP raggiungeva il picco di popolarità coi lettori giapponesi. Cosa sarebbe successo se, ad esempio, le riviste italiane di cui sopra avessero iniziato a pubblicare i fumetti di SHONEN JUMP in contemporanea con l'arrivo delle rispettive serie animate in Italia? E se avessero cercato di cogliere davvero lo spirito di quelle produzioni, viste da noi in versione animata, rilanciandolo con prodotti Made in Italy? Ovviamente non lo sapremo mai, e allo stesso modo non sapremo mai cosa sarebbe potuto succedere se gli editori di fumetti italiani si fossero comportati in maniera diversa in alcuni momenti cruciali degli ultimi trent'anni... Tuttavia la sensazione è che se in Italia i giovani hanno iniziato a trascurare le edicole, e soprattutto i fumetti in edicola, forse è anche perchè negli ultimi anni molte scelte sono state compiute senza prenderli davvero in considerazione...

Così come adesso non si prendono adeguatamente in considerazione gli ancora NUMEROSISSIMI bambini che vanno nelle edicole per cercare figurine, gadget e altro, e ai quali non si propone niente per facilitare il loro eventuale passaggio da fruitori passivi delle edicole a lettori che possono scegliere consapevolmente un fumetto da leggere... A partire dai bambini che cercano delle alternative a Topolino (alternative che purtroppo, ora come ora, in Italia non esistono)...

A costo di risultare ripetitivo non posso fare a meno di pensare che, anche ammesso che sia possibile recuperare giovani lettori, non abbia senso sperare di risanare la situazione se non si tentano nuove strade, più vicine allo spirito e alle esigenze delle nuove generazioni di oggi... Invece di proiettare la propria visione di appassionato e/o le proprie aspettative di ex ragazzino degli anni Settanta, Ottanta e Novanta...

A questo proposito vorrei ricordare che Scottecs Megazine, il trimestrale coi fumetti di Sio pubblicato da Shockdom, fra edicole e negozi online vende ancora decine e decine di migliaia di copie per numero, e infatti si tratta di un prodotto moderno, realizzato in sinergia col web e che tiene in considerazione i gusti e la sensibilità delle nuove generazioni (che da oltre un decennio sono state bombardate da serie animate incentrate su un umorismo acido, grottesco, un po' greve e tendente all'assurdo)... Tant'è che, giusto per fare un esempio, la pagina facebook della rivista è seguita da 670.000 persone, mentre quella di Dylan Dog solo da 68.000...

Le edicole, quindi, possono tornare al centro dell'attenzione e competere/interagire con le nuove piattaforme digitali? Potenzialmente sono abbastanza convinto che sia possibile, visto che restano ancora il circuito distributivo più capillare per la carta stampata in Italia, ma non se si mantiene l'approccio attuale.

E qui mi riallaccio al post della settimana scorsa: se esistono già delle serie accattivanti, che trattano con disinvoltura temi che stanno entrando nella quotidianità delle nuove generazioni (come ad esempio la questione LGBT e tutto quello che le ruota attorno), che senso ha confinarle in una costosa edizione da fumetteria/libreria (o addirittura non prenderle nemmeno in considerazione per una pubblicazione italiana)? Se venissero proposte nel modo e nei tempi giusti (anche semplicemente in un'edizione super economica e con dei redazionali adeguati al pubblico di riferimento), con tutto il passaparola garantito dai social siamo davvero sicuri che non sarebbero in grado di rilanciare - almeno parzialmente - il circuito delle edicole e il fumetto in generale? Certo servirebbero degli investimenti importanti (gestiti da persone competenti) per recuperare il tempo perduto, ma siamo davvero sicuri che non ne varrebbe la pena?

Sono tutte domande su cui, secondo me, bisognerebbe riflettere sul serio... Prima che sia davvero troppo tardi.

Alla prossima.

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