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lunedì 29 febbraio 2016

UNA LUCE NEL BUIO...

Ciao a tutti, come va?

Proprio la scorsa settimana questo blog ha puntato l'attenzione sulle raccomandazioni del direttore editoriale della IMAGE, Eric Stephenson, e sul fatto che l'editoria italiana sembra avere imboccato il percorso opposto (CLICCATE QUI). Oggi temo di dover tornare sull'argomento, dopo l'ennesimo annuncio inquietante: l'arrivo di una copertina speciale di DYLAN DOG realizzata con uno speciale inchiostro fosforescente, che brillerà al buio!

Intendiamoci: non è la prima volta che DYLAN DOG è al centro di un'operazione di marketing. Nei primi anni Novanta, quando aveva raggiunto il picco di popolarità, si ritrovava in una quantità incredibile di prodotti... Tuttavia è bene precisare che quelle operazioni di marketing sfruttavano il marchio  DYLAN DOG per vendere di più, mentre in questo caso - al contrario - si cerca di sfruttare un'operazione di marketing per far vendere di più il fumetto chiamato DYLAN DOG...

Oggi si sa che DYLAN DOG non vende più come una volta, che il tanto atteso rilancio ha deluso le aspettative e che si sente la necessità di correre ai ripari... Tuttavia l'idea di una copertina speciale che brilla al buio, oltre ad essere pacchiana, potrebbe mettere in luce (bel gioco di parole, eh?) una serie di criticità che finora sono state ampiamente sottovalutate (e che valgono per il fumetto italiano in generale).

Come, ad esempio, il fatto che buona parte di chi gestisce e produce il fumetto popolare in Italia, ormai, è nata fra gli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta, e ha finito per "formarsi" in una fase molto particolare della storia del fumetto, che è culminata con le speculazioni e le iniziative commerciali del fumetto americano della prima metà degli anni Novanta... Quelle che facevano vendere milioni di copie grazie a copertine speciali ed edizioni variant (per non parlare delle cards!)... Il tutto mentre gli autori erano considerati (o, più semplicemente, proposti dagli editori) alla stregua di semidei, geni assoluti, innovatori superlativi, ecc.

Più o meno in quel periodo, però, questa generazione italiana di aspiranti autori, redattori, sceneggiatori e curatori ha iniziato ad entrare nell'ambiente del fumetto professionale, e gradualmente non ha avuto più il tempo di seguire in maniera obbiettiva e costante lo sviluppo della situazione, le nuove tendenze, i nuovi approcci e tutto il resto. E, forse, non ha mai realizzato pienamente come la bolla speculativa dei primi anni Novanta (con tutte le sue strategie) si fosse rivelata tutta fuffa (o quasi), finendo per mandare in bancarotta la MARVEL e minacciando di affossare tutto il settore...

Altrimenti ora non ci ritroveremmo con una Bonelli che, per risollevare le sue sorti, punta alle copertine fosforescenti e alle edizioni variant per le fiere, e non avremmo nemmeno il problema di avere a che fare con autori che hanno qualche lieve problema di autostima strabordante (nonostante, in molti casi, i fatti smentiscano le presunte ragioni della loro grande autostima)...

Come se il tempo si fosse fermato ad un quarto di secolo fa, insomma.

Inoltre la sensazione è che chi gestisce il fumetto popolare italiano oggi, probabilmente, manchi di una vera visione di insieme o di una formazione adeguata per affrontare l'attuale fase storica... E soprattutto manchi di quell'intuito e di quella voglia di sperimentare che, una volta, faceva la fortuna del fumetto di casa nostra... Preferendo puntare sui nomi di richiamo piuttosto che sui contenuti, anche se poi questo "richiamo" non si sa nemmeno bene a cosa sia dovuto.

Prendiamo, ad esempio, la sceneggiatrice dalla storia con la copertina fosforescente di cui sopra, e cioè Paola Barbato. É nata nel 1971 e ha iniziato a collaborare con la Bonelli nel 1998, dopo aver inviato alcuni racconti inediti che avevano colpito la redazione. Da quel momento in poi la sua presenza come sceneggiatrice di DYLAN DOG è diventata più massiccia, e attualmente ha all'attivo una trentina di storie solo sulla serie regolare. La sua popolarità col tempo è cresciuta, ma nei fatti è molto difficile valutare in che misura sia stata lei a valorizzare DYLAN DOG (dopo l'abbandono di Tiziano Sclavi) e in che misura sia stato DYLAN DOG ad aiutare lei a diventare un "personaggio"...

E dico questo perchè tutte le volte che si è avventurata in progetti più personali ha fatto dei grossi buchi nell'acqua: la serie DAVVERO! per la Star Comics (CLICCATE QUI), la collaborazione all'ideazione di REAL LIFE per la Disney Panini (CLICCATE QUI) e diverse sceneggiature per la serie LE STORIE di Bonelli (di cui ho perlato di recente, e che è una delle serie meno vendute della casa editrice)... Io non ho niente contro Paola Barbato, ma penso che qualche interrogativo sia legittimo, anche perchè come scrittrice ha pubblicato dei romanzi thriller con vari editori importanti, ma guardacaso sono stati pubblicati TUTTI dopo che lei era diventata una prolifica sceneggiatrice di DYLAN DOG... E il suo unico soggetto televisivo è stato per una miniserie prodotta da SKY nel 2009 ("Nel Nome del Male"), anche in questo caso dopo che lei si era fatta un nome con DYLAN DOG... E guardacaso era una miniserie con risvolti horror...

Tutto un caso?

Eppure proprio a Paola Barbato verrà affidata una nuova miniserie Bonelli che debutterà quest'anno e che, tanto per cambiare, è già stata annunciata in pompa magna come un progetto rivoluzionario e imperdibile... E cioè UT, una specie di horror postapocalittico dai risvolti filosofici, che per la prima volta arriverà in contemporanea in edicola e fumetteria... Anche se in fumetteria avrà una copertina variant e pagine extra (e, presumo, un prezzo più alto)...

Ora: considerando che UT vedrà ai disegni Corrado Roi, altro famosissimo nome legato a DYLAN DOG, la sensazione è che questa miniserie nasca più che altro per sfruttare il richiamo di due "pezzi grossi" della scuderia Bonelli (guardacaso entrambi legati a DYLAN DOG), e non per realizzare un fumetto che possa farsi largo da solo e intercettare un pubblico davvero nuovo.

Anche perchè la sinossi della miniserie è la seguente:

"L’umanità è scomparsa, quel che resta del pianeta è popolato da nuove specie simili all’uomo ma governate solo da bisogni primordiali. UT è una creatura elementare, feroce e infantile, incaricata dall’entomologo Decio di sorvegliare un antico sepolcro. Da lì un giorno emerge un individuo diverso da tutti gli altri. Si chiama Iranon, e non ricorda nulla di sé. La sua comparsa rompe gli equilibri, c’è chi lo teme, chi lo brama, chi vuole strumentalizzarlo per ragioni oscure. UT, incaricato di sorvegliarlo, lo accompagnerà di malavoglia, fino a quando tra i due non si stabilirà uno strano legame"

E, anche se non è bello giudicare un fumetto a priori, la sensazione è che ci si trovi davanti ad un prodotto "d'autore" e cioè di quelli concepiti per dare libero sfogo all'estro di un autore (dando per scontato che abbia un vasto seguito), piuttosto che per conquistare il grande pubblico potenziale che ormai si sta disperdendo sempre di più...

Niente di male, ma è di questo che la Bonelli (e il fumetto italiano in generale) ha davvero bisogno?
O non sarebbe forse il caso di riflettere seriamente sulle dinamiche che hanno portato al successo certi fumetti della casa editrice in passato?

Prendiamo ad esempio TEX... Adesso è ridicolo anche solo pensarlo, ma per diverso tempo è stato  un personaggio molto amato anche da stuoli di ragazzini (che oggi sono cresciuti e rappresentano ancora lo zoccolo duro del suo pubblico)... E in minor misura questo succedeva anche con Zagor...

Come è stato possibile?

Generalmente si tende a liquidare la questione dicendo che all'epoca non c'era niente di meglio, che la televisione non faceva concorrenza, che il western andava di moda e tutto il resto... Però questa analisi è estremamente superficiale, e non tiene conto di vari elementi. Il primo è che quando naque TEX (nel 1948) di concorrenza ce n'era già, anche se personaggi come Pecos Bill e Il Piccolo Sceriffo non sono più pubblicati da tempo...

Il secondo è che Tea Bonelli, che all'epoca gestiva la casa editrice, considerava TEX poco più che un esperimento, e concentrava tutte le sue energie su altri progetti come "Occhio Cupo"... Un personaggio di cui ora non si ricorda davvero nessuno...

Il terzo è che negli anni successivi ci fu una vera e propria invasione di fumetti western, spesso e volentieri aventi come protagonisti giovani sceriffi, ranger adolescenti e via discorrendo... Tutti personaggi in cui era obbiettivamente più facile che il pubblico giovane si identificasse... Perchè, allora, TEX è sopravvissuto - restando il fumetto mensile più venduto d'Italia - e loro no?

Inoltre, ampliando il discorso, è interessante notare come negli USA - che è la patria del mito del West - i fumetti western per ragazzini abbiano avuto una parabola molto più breve rispetto a quella italiana (e a quella di certe zone dell'Europa dell'Est o della Turchia), e anche questo dato antropologico non dovrebbe essere sottovalutato.

Non sono uno psicologo, ma credo che il grande merito (probabilmente involontario) di TEX sia stato quello di risultare un fumetto catartico, nella misura in cui riusciva a liberare il suo pubblico - soprattutto quello più giovane - da tutta una serie di angosce più o meno inconsce... E in particolare da quelle che avevano a che fare con il loro futuro prossimo.

Dite che sto straparlando? Che non ha senso? Proverò ad essere più chiaro...

TEX nasce nel 1948. I ragazzini di quel periodo, oltre a risentire ancora dei postumi della guerra, avevano ben poche certezze. E queste certezze erano che vivevano in una società con una scarsa mobilità sociale, che fondamentalmente ignorava le loro aspirazioni e che aveva già un futuro pronto per la maggior parte di loro. Nella migliore delle ipotesi avrebbero portato avanti l'attività di famiglia o, negli anni del boom, avrebbero trovato un posto fisso come impiegati o operai. Forse, se avessero potuto studiare, sarebbero potuti diventare liberi professionisti (medici, ingegneri o altro), ma la maggior parte di loro avrebbe studiato nella speranza di avere un tenore di vita migliore, e non per seguire una reale vocazione. Poi, poco dopo i vent'anni e/o non appena si fossero sistemati, avrebbero dovuto (e sottolineo DOVUTO) sposarsi e mettere su famiglia, spaccandosi la schiena (o altro) per mantenere moglie e figli (TANTI figli) in una società pesantemente patriarcale, in cui le donne avevano poche occasioni per contribuire al bilancio famigliare. Il tutto passando direttamente dalla famiglia d'origine a quella che avrebbero costruito, senza aver mai conosciuto realmente cose come la libertà e l'indipendenza. In poche parole sapevano già che la loro vita adulta li avrebbe ingabbiati senza scampo. Forse i più coraggiosi avevano messo in conto di emigrare all'estero prima di rimanere intrappolati in questo schema, ma la maggior parte no... E credo che sia stato proprio in questa ampia fascia di pubblico che TEX è riuscito ad attecchire meglio, continuando ad attecchire finchè il nostro contesto socioculturale non ha iniziato a cambiare.

In TEX tanti ragazzini proiettavano quel futuro che più o meno coscientemente sapevano che gli sarebbe stato negato, e che comunque non vedevano realizzato negli adulti rassegnati che li circondavano... E crescendo hanno continuato a proiettare in questo fumetto la vita che non hanno mai potuto avere. Tex era (ed è) un uomo maturo, ma nonostante tutto cavalcava libero in un West in cui i vincoli sociali avevano un peso relativo. Inoltre, e soprattutto, non era (e non è) legato a fidanzate frignone (come Capitan Miki, ad esempio, che vedete qui sotto) o a famiglie da mantenere...

Semmai Tex è legato ai suoi tre pards: il figlio Kit, il vecchio Kit Karson e l'indiano Tiger Jack... In un ideale consesso maschile da cui le femmine (e tutto il carico di vincoli che rappresentano) sono praticamente escluse... E sarebbe interessante anche analizzare come questa particolare struttura dei rapporti interpersonali di Tex possa avere avere avvicinato - col tempo - una particolare fetta di pubblico, che aveva necessità di sublimare i propri desideri omosessuali repressi... Facendoli passare per un sano apprezzamento delle amicizie virili...

D'altra parte é abbastanza chiaro come - in questi fumetti - il matrimonio fosse considerato da una parte un obbligo sociale e dall'altro la "morte" della libertà, tant'è che diverse serie western lanciate in quel periodo si sono concluse proprio con un numero "speciale" in cui i protagonisti sposavano le loro storiche fidanzate, più o meno petulanti... Tradizione mantenuta anche dall'ultimo superstite di quella generazione di eroi, e cioè il Comandante Mark, che concluse la sua corsa (iniziata nel 1966) con un bel matrimonio, nell'ormai lontano 1990... Come dire che col matrimonio, inevitabilmente, finisce il divertimento...

Il colpo di genio degli autori di Tex, in effetti, fu proprio quello di dargli l'occasione per compiere il suo dovere virile senza conseguenze: facendogli sposare un'indiana con cui procreare, ma rendendolo vedovo subito dopo (e molto saggiamente, aggiungo io). Dopodichè bastò far crescere suo figlio Kit in fretta e furia, così da fargli prendere la sua strada e renderlo un comprimario occasionale... Questo stratagemma dava modo a Tex di non disattendere le aspettative della società dell'epoca, usando poi il ricordo della moglie morta come pretesto per non farlo cadere in tentazione (anche perchè un Tex "farfallone" avrebbe fatto sorgere inevitabili complessi di inferiorità nel pubblico sessualmente castrato di quegli anni), ma senza compromettere la sua libertà e la sua indipendenza... Così avrebbe potuto affrontare sempre nuove avventure senza zavorre, prendendo tranquillamente a pistolettate il malfattore di turno...

E queste erano tutte caratteristiche che i suoi colleghi a fumetti NON avevano. Perchè tutti avevano fidanzate o fidanzatine più o meno limitanti, se non addirittura dei bambini a cui badare (come Il Grande Blek, che vedete qui sotto), e la maggior parte di loro era vincolata a queste responsabilità mese dopo mese...

Inoltre, per tutta una serie di motivi legati alla morale dell'epoca, le storie di questi personaggi cercavano di smorzare gli aspetti più violenti del contesto western, anche ricorrendo a trovate umoristiche e ad un taglio infantile decisamente fuori luogo, tant'è che spesso sfide e scontri finivano senza vittime... E infatti il Pecos Bill a cui accennavo prima non sparava nemmeno e si limitava ad usare il suo lazo, mentre i protagonisti più giovani erano tenuti a porsi come perfetti esempi di gioventù cristiana (ovviamente ed esclusivamente cattolica, tant'è che in questi fumetti non comparivano mai religiosi di fede protestante, che pure nel West abbondavano)... Magari contrapponendoli agli indiani selvaggi e pagani...

Invece il "ribelle" Tex, oltre a non abusare di risvolti umoristici, non aveva particolari pregiudizi verso i pellerossa e in particolare verso i navajo, che imparò a conoscere meglio - e di cui divenne membro onorario col nome di Aquila della Notte - dopo avere sposato una loro principessa (anche se in realtà fu praticamente costretto a farlo, per salvarsi la pelle). Inoltre, nel suo libro "Non son degno di Tex", Claudio Paglieri prova a contare quanti sono stati gli avversari che aveva freddato fino al 1997... Raggiungendo la ben notevole quota di 2410 vittime!

E comunque, a ben guardare, Tex aveva almeno un altro notevole merito. Mentre nella stragrande maggioranza delle serie western italiane i personaggi femminili erano (volutamente) intabarrati in camicioni e gonnelloni che dovevano renderli asessuati, le donne di TEX avevano ben altra caratura. Come ricorda il giornalista e critico cinematografico Gianni Canova (foto sotto) in un breve saggio pubblicato nel volume celebrativo "L'AUDACE BONELLI"...

Gianni Canova è nato nel 1954 e scrive:

"Io - lo confesso - ho sperimentato sulle pagine di TEX perfino le mie prime fantasie erotiche e i miei primi turbamenti onanistici: ricordo ancora vividamente l'impressione che esercitavano su di me le forme generose e i seni prosperosi di Satania, in uno dei primi albi di TEX. Non avevamo mica YouTube, noi ragazzini degli anni Cinquanta, né potevamo disporre di una TV prodiga di veline e letterine. Dovevamo accontentarci: e io - in anni in cui la prola "vergine" in TV era proibita anche se associata all'olio extra di oliva - mi accontentavo."

Quindi, in poche parole, Tex aveva successo anche perchè forniva ai ragazzini di quel periodo personaggi come Cora Gray, alias la sadica bandita Satania... Che, per stessa ammissione degli interessati, garantivano appaganti masturbazioni a tanti giovani eterosessuali in boccio...


E presumo che la stessa reazione si verificasse anche con qualche omosessuale, in quelle rare occasioni in cui Tex si toglieva la camicia e magari finiva vittima di qualche fantasioso torturatore...

Inoltre, e qui concludo, mentre gli eroi dei fumetti western italiani utilizzavano sempre esclamazioni fanciullesche (come il celebre "Caspiterina!" di Capitan Miki), e spesso inventate di sana pianta per non offendere davvero nessuno, Tex si presentava nella prima vignetta della sua primissima striscia imprecando "Per tutti i diavoli!"... Anche perchè, all'inizio, era stato presentato come un fuorilegge braccato dalla giustizia, e anche questo - a modo suo - lo rendeva un protagonista abbastanza atipico, e molto "umano", in un panorama di eroi western pieni di virtù...

Con gli anni, e con l'inasprimento delle critiche nei confronti del fumetto in generale, i contenuti di TEX sono diventati più moderati (e sono anche stati ritoccati nelle ristampe di quei primi, audaci, episodi), ma ormai il seme era stato piantato...

E d'altra parte, dopo questa analisi, è facile intuire come Tex Willer fosse "l'uomo giusto al momento giusto"...

Il fatto che TEX abbia avuto (e continui ad avere) tanto successo anche in Turchia e nell'Europa dell'Est, piuttosto che in Brasile, a questo punto, è così strano? Secondo me no, visto che parliamo di sistemi socioculturali abbastanza repressivi, in cui per molto tempo le giovani generazioni hanno avuto le stesse prospettive castranti dei giovani italiani di qualche generazione fa (e in buona parte le hanno ancora).

Negli USA, invece, il mito del West ha funzionato nei fumetti per ragazzi - e solo parzialmente - fino agli anni Sessanta, quando la società ha iniziato a cambiare e quando i nuovi supereroi hanno iniziato a diventare i simboli di quella realizzazione del potenziale personale a cui ogni ragazzino americano aspirava: qualcosa che gli irreprensibili sceriffi e i monolitici cowboy non potevano più rappresentare...

Anche perchè, altro piccolo dettaglio, la narrativa western parte dal presupposto che - fondamentalmente - il contesto sociale non può essere cambiato o rivoluzionato (anche per via di alcuni precisi vincoli storici), e al limite può essere corretto laddove e possibile intervenire...

E se per i ragazzini americani questo contesto iniziava a risultare limitante e poco gratificante, per generazioni di italiani (ma anche di turchi, serbi, croati, brasiliani, ecc), prigionieri di una società tendenzialmente immobile e reazionaria, risultava paradossalmente tranquillizzante... Perchè forniva materiale per storie in cui un eroe come Tex dimostrava che si poteva rimediare a torti e misfatti senza dover necessariamente mettere in discussione (o magari modificare) la società e le sue regole, per quanto ingiuste e limitanti potessero risultare.

Personalmente ammetto che sarei molto curioso di verificare quanti dei lettori di TEX rispondono ancora a questo profilo psicologico, tuttavia è evidente che il profilo delle nuove generazioni si è gradualmente evoluto in altre direzioni. La maggior parte dei ragazzini di oggi sa bene che nel suo futuro non c'è più niente di certo e di predestinato, e probabilmente un fumetto come TEX - così come è impostato - non gli dice più nulla... Senza contare che per un ragazzino di oggi è quasi impossibile vedersi quarantenne, ed è semplicemente assurdo pensare che possa proiettarsi in un quarantenne vecchio stampo (e sessualmente asettico) come Tex Willer...

Il calo progressivo del ricambio generazionale per TEX, e per tutti quegli eroi "bonelliani" che si rifanno a lui in qualche modo, probabilmente parte da qui... Per poi riallacciarsi a tutto quel discorso di prospettiva conservatrice e "istituzionale" di cui ho parlavo più volte in questo blog. E a pensarci bene è abbastanza ironico, visto che il successo di TEX - come abbiamo visto - venne determinato dal fatto che a suo tempo era un personaggio decisamente anticonformista, innovativo e persino trasgressivo...

Anche per questo, quindi, è estremamente curioso che oggi la casa editrice di TEX stia cercando di rilanciarsi utilizzando strategie "Anni Novanta" fini a se stesse, e affidandosi ad autori che hanno una prospettiva "Anni Novanta" sul loro ruolo e sul loro pubblico...  Invece di analizzare concretamente quali sono i suoi punti deboli e quali potrebbero essere i suoi futuri punti di forza.

E dopotutto la domanda non è così complicata da formulare: che cosa, oggi, potrebbe risultare coinvolgente per il pubblico giovane al pari TEX nei suoi tempi d'oro (o al pari di DYLAN DOG, seppur per altri motivi, fra gli anni Ottanta e Novanta)?

Sicuramente servirebbe qualcosa che, per gli standard di oggi, risultasse altrettanto anticonformista, innovativo e trasgressivo. Qualcosa che fosse in grado di rispecchiare i giovani di oggi e le loro angosce suscitando un vespaio di polemiche, per intenderci. E cioè proprio quel genere di cosa che la Bonelli di oggi non farebbe mai...

Non quando è ancora così goffa e maldestra ogni volta che prova ad approcciarsi ad una tematica ormai scontata e banale come l'omosessualità, ad esempio... Al punto da considerarla ancora un argomento da trattare con le pinze e senza correre il rischio di infrangere una serie di stereotipi e luoghi comuni (possibilmente negativi), per paura di giocarsi il pubblico più maturo e tradizionalista... Anche a costo di mettere la museruola ai suoi autori e di censurarli pesantemente (come ho riportato diverse volte in questo blog).

Invece Tea Bonelli (la vedete qui sotto con il figlio Sergio, mentre faceva il servizio militare), che dirigeva la casa editrice quando si chiamava AUDACE, lasciò che TEX nascesse "diverso" da tutti i western di quel periodo e diede massima libertà ai suoi autori.

Anzi, per essere precisi, in un'intervista a Gianni Brunoro (comparsa su DIME PRESS n.11, aprile 1995) rivelò che:

"Sul piano professionale gli autori mi accettavano volentieri perché io ero sì severa sui tempi di consegna, cioè in quel settore in cui ero competente e ovviamente unica responsabile, ma non intervenivo mai a commentare i loro disegni e i loro soggetti, rendendomi conto che, su quel piano, ero pressoché totalmente impreparata."

E aggiunse che:

"La difficoltà più pesante che sentivo sulle mie spalle veniva dall'ostilità che a quell'epoca arrivava nei confronti dei fumetti da parte di tutti i giornali, dai benpensanti, dai genitori, dagli insegnanti, dagli educatori, e il preconcetto che accusava pesantemente queste letture di contribuire alla corruzione della morale giovanile non mancava di mettermi spesso in imbarazzo, al punto che, in parecchie occasioni, mi sentivo spinta a non rivelare quale fosse la mia professione"

Non so perchè, ma qualcosa mi dice che se Tea Bonelli avesse scelto di limitare la creatività dei suoi autori, e se avesse lasciato che i moralisti la condizionassero fin da subito nella scelta delle storie e degli autori da pubblicare (cosa che in effetti facevano gli editori suoi colleghi, che guardacaso oggi sono tutti estinti), a quest'ora noi non avremmo avuto nessun TEX e nessuna casa editrice Bonelli di cui parlare. 

Ah! Dimenticavo! In quell'intervista Tea Bonelli disse anche che:

"Fu importante la tempestività con cui, per esempio, dopo aver fatto calcoli su calcoli, chiudevo senza perder tempo le serie che avevano dato risultati magari appena negativi, per sostituirle subito con delle altre, sperando di azzeccare prima o poi la carta giusta"

Chi ha orecchie per intendere intenda.

Se ci fosse una Tea Bonelli anche oggi, probabilmente, la situazione sarebbe molto diversa.

Alla prossima.


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2 commenti:

Riccardo Leone ha detto...

Mi è piaciuta la tua interpretazione data su come Tex possa aver affascinato il pubblico della sua generazione, e anche se credo difficile esca una statistica riguardo, sento che l'hai inquadrata bene. La conclusione parla da sé: Tex piaceva perché era trasgressivo, inviso ai benpensanti, nel momento in cui ha smesso di esserlo ha perso tutto il suo appeal.
Inoltre, e qui forse mi sbrodolo un po', c'è anche una banalissima questione di buonsenso da affrontare. È un personaggio di cinquant'anni, vincolato a un'ambientazione statica. Può evolversi e continuare a stupire fino a un certo punto, da un punto di vista proprio fisiologico.
Questo lo trovo il peggiore difetto del fumetto occidentale: battere di continuo lo stesso chiodo per all'infinito. Quelli DC e Marvel ancora se la cavano perché possono contare sul contesto urbano in evoluzione e una moltitudine di personaggi che interagiscono fra di loro in infinite possibilità. Ma su serie incentrate su un unico protagonista, con possibilità di apporto limitato da protagonisti di altre serie, occorrerebbe avere la risolutezza a un certo punto di mettere la parola "fine", ringraziarle per ciò che hanno dato, vedere cosa possono aver insegnato, e ripartire con altre idee.
Non che in Giappone stia andando tanto meglio, ultimamente è un ventennale dietro l'altro (Sailor Moon, Pokemon, Evangelion, DRAGOBALL mamma mia, ancora DRAGONBALL) ci stanno solo arrivando con un certo ritardo.

Wally Rainbow ha detto...

Grazie, era da un po' che volevo snocciolare questa questione :-)
In realtà penso che il difetto del fumetto occidentale non sia tanto nel fatto che continua a riproporre le stesse idee, quanto nel fatto che tende a riproporle nello stesso modo, per non giocarsi il pubblico che ha coltivato. Cosa che è particolarmente evidente nel caso del fumetto italiano. Il grande vantaggio ddi una casa editrice giapponese è che proponendo serie che, di solito, sono autonome e hanno una conclusione, non deve preoccuparsi del fatto che devono seguire il pubblico man mano che passa da un'età all'altra. Il mercato è suddiviso per fasce di pubblico che raramente si contaminano, e quindi possono centrare facilmente il bersaglio "qui e ore" senza farsi mille problemi per cercare di accontentare il pubblico che seguiva un certo personaggio quarant'anni prima. Semmai, di tanto in tanto, propongono dei revival o dei sequel. E in questo modo hanno un pubblico talmente ampio che non devono nemmeno porsi il problema di pensare a una serie sperando che conquisti anche i lettori delle altre serie che pubblicano. Diciamo che è un altro universo.