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lunedì 25 gennaio 2016

TU VUÒ FA L'AMERICANO...

Ciao a tutti, come va?

Anche se è un argomento un po' scomodo, che nessuno vuole tirare fuori (soprattutto in questo periodo), è un dato di fatto che i "gay", per Italia, sono un'acquisizione recente...

Mi spiego meglio: gli omosessuali in Italia hanno una storia lunga e articolata, ma i gay intesi come individui omosessuali che rivendicano la propria identità e il senso di appartanenza ad una comunità ben visibile (con i suoi riferimenti e una "cultura" specifica), che vuole farsi strada nella società, sono un concetto che - al di fuori del mondo degli attivisti - ha iniziato a farsi largo solo nel nuovo millennio.

Certo in Italia avevamo intellettuali, artisti di vario genere e personaggi televisivi abbastanza in vista, ma la triste realtà è che generalmente gli omosessuali "comuni" erano persone che preferivano farsi i fatti propri nell'anonimato e nella discrezione, e senza alzare troppo la testa, tant'è che per anni la principale associazione gay italiana era nota soprattutto perchè le sue tessere garantivano l'accesso ad una rete di circoli privati molto discreti in cui era possibile andare soprattutto alla ricerca di relax e avventure sessuali...

Poi, anche grazie alla diffusione di internet, gli omosessuali italiani (soprattutto quelli delle nuove generazioni) si sono resi conto che c'era anche un altro mondo possibile: un mondo in cui si possono rivendicare dei progetti di vita seri e in cui le associazioni gay servono per interagire con la società, e non per isolarsi dai suoi pericoli e dai suoi sguardi indiscreti...

E a quel punto, per le associazioni italiane, sono cominciati i disagi.

In primo luogo perchè i "nuovi" gay italiani avevano tutta una serie di nuove esigenze e rivendicazioni, davanti alle quali si trovavano impreparate... Anche perchè, strutturalmente e ideologicamente, erano ancora ancorate al modello dei circoli e dei collettivi politici degli anni Settanta (che di certi partiti erano un'emanazione) e dei luoghi di incontro semiclandestini...

E in secondo luogo perchè queste associazioni sono state messe di fronte al fatto che all'estero il concetto di associazione gay intesa come "ente ricreativo finalizzato a lanciare la carriera politica dei suoi dirigenti nella speranza che facciano pressione dall'interno delle Istituzioni" era stato superato da decenni... E comunque, all'estero, anche questo modello di associazione aveva adottato strategie completamente diverse rispetto a quelle che hanno caratterizzato l'associazionismo italiano per lungo tempo... Tant'è che certe strategie di mobilitazione e di lobbyng "americane", in Italia, non sono state proposte per tantissimo tempo. Anche solo per il fatto che dalle nostre parti sono sempre stati di più gli aspiranti politici "accidentalmente" omosessuali (che magari frequentavano circoli di partito fin da giovanissimi, e prima ancora di capire che erano omosessuali) che non gli omosessuali che hanno scelto di darsi alla politica (magari dopo i quarant'anni) per portare avanti la causa gay... Quelli come Harvey Milk, per intenderci...

Quindi, nei fatti, le associazioni gay italiane avevano dei conflitti di interesse che le loro controparti americane non avevano, soprattutto quando era il caso di porsi in aperto conflitto con la classe dirigente, criticandola a viso aperto... E così, per vedere in Italia delle iniziative tutto sommato ovvie come le fiaccolate contro l'omofobia, è stato necessario che in Italia arrivasse proprio un film sulla vita di Harvey Milk... Un film che guardacaso si concludeva proprio con una fiaccolata... Con la differenza che la fiaccolata del film ricostruiva un evento che si era tenuto a San Francisco nel 1978...

Mentre in Italia queste fiaccolate si sono viste dal 2009 in poi (MILK è un film del 2008), e peraltro inizialmente sono partite da comitati spontanei sorti grazie ad internet, e non dalle associazioni tradizionali...

E per vedere in Italia una manifestazione per i diritti civili degli omosessuali che raccogliesse oltre un milione di persone in varie piazze, senza che ci fosse di mezzo un corteo del Gay Pride e un'unica associazione di riferimento, si è dovuto aspettare... Sabato scorso...

Ad ogni modo le suddette associazioni italiane tradizionali, per stare a galla e non restare indietro rispetto alle nascenti associazioni di categoria (come la Rete di Avvocatura Lenford, l'Agedo, le Famiglie Arcobaleno, ecc), all'inizio avevano provato ad adeguarsi in fretta e furia a standard più "internazionali", spesso non avendo nemmeno gli strumenti e le competenze per farlo...
E infatti negli scorsi anni i risultati di questo sofferto processo, in molti casi, sono stati goffi e maldestri... Forse anche perchè chi di dovere non aveva nemmeno il tempo e la voglia di approfondire più di tanto la questione, preferendo scimmiottare in maniera molto superficiale le strategie delle associazioni più influenti nelle altre nazioni... Come la GLAAD e il suo prestigioso premio dedicato ai prodotti e agli artisti più gay friendly nell'ambito dell'entertainment (CLICCATE QUI).

Nel 2010, ad esempio, Arcigay tentò di lanciare il premio "Pegaso d'Oro" e - non si sa bene chi - decise di assegnarlo a Iva Zanicchi... Perchè nella fiction "Il bello delle donne" aveva interpretato la madre di un giovane omosessuale!

Scelta assurda considerando che era stato premiato, di fatto, il personaggio che interpretava (mentre lei, anche nella sua veste di europarlamentare, è sempre stata contraria alla parità dei diritti degli omosessuali). In quel caso, semmai, avrebbero dovuto essere premiati i produttori o gli sceneggiatori della fiction, ma non certo un'attrice che si era limitata a recitare un copione... Eppure - in un vortice di faciloneria - le cose andarono così, e dopo questa figura barbina i premi per l'entertainment gay friendly italiano sono spariti dalla circolazione per sei anni...

Oggi se ne inizia a riparlare per via dei Diversity Media Awards, un premio che verrà assegnato a maggio dall'associazione Diversity... Di cui finora, in realtà, nessuno aveva sentito parlare (anche se dall'atto costitutivo, che trovate CLICCANDO QUI, si evince che è stata fondata nel 2013), ma il cui intento dichiarato sul suo sito (CLICCATE QUI) è proprio quello di diventare la GLAAD italiana.

Come i premi GLAAD anche i Diversity Media Awards sono divisi in varie categorie (CLICCATE QUI), e una volta tanto ci sono di mezzo sponsor e collaboratori prestigiosi (CLICCATE QUI) e un comitato scientifico composto da vari ricercatori universitari (CLICCATE QUI), quindi sicuramente siamo avanti anni luce rispetto al Pegaso d'Oro di cui sopra...

Tuttavia la sensazione è che, anche in questo caso, la voglia di adeguarsi ai modelli di successo americani abbia portato ad un approccio che punta alla forma e non alla sostanza.

E lo si capisce anche solo confrontando le ricerche annuali portate avanti dalla GLAAD e da Diversity. Il report 2015 della GLAAD (che potete scaricare CLICCANDO QUI) è di fatto una sfilza di PAGELLE: per ogni canale televisivo (via cavo e non) vengono elencati i pro e i contro e alla fine gli viene assegnato un voto basato sulla sua capacità di rappresentare la comunità LGBT in maniera bilanciata e non pregiudizievole... Un voto che può essere "eccellente", "buono", "adeguato" o "carente". Inoltre per ogni emittente la GLAAD offre suggerimenti specifici e consigli vari per correggere il tiro, laddove lo ritiene necessario (e ovviamente lo fa gratis)...

Quello che invece offre Diversity nelle sue infografiche (che trovate CLICCANDO QUI) non è un'indagine qualitativa, ma quantitativa, peraltro solo nell'ambito dell'informazione giornalistica e mettendo in un unico grafico TUTTI i notiziari delle maggiori reti nazionali... Senza neppure segnalare in che percentuale hanno dato notizie in maniera faziosa e omofoba, o anche solo utilizzando termini impropri o un registro in qualche modo offensivo...

Per quel che riguarda l'entertainment vero e proprio, invece, si dice solo che 42 ricercatori, sotto la guida di 15 docenti in 11 Atenei, hanno selezionato per i Diversity Media Awards le produzioni che hanno meglio rappresentato la condizione LGBT (non si sa bene in base a quale criterio e con quale titolo di rappresentanza)... Che potranno essere votate online da aprile...

Ora: lungi da me l'idea di essere disfattista a tutti i costi, ma stando così le cose la sensazione è che Diversity appartenga ad un certo tipo di associazione gay italiana 2.0, di quelle cioè che sono nate dopo il 2000 con l'intento evidente (ma non dichiarato) di usare la causa LGBT come grimaldello per vendere servizi e consulenze di vario tipo... Ai gay stessi (che sono diventati più "sensibili" nei confronti della loro causa) e/o a chi non sa come rapportarsi con loro, ma vorrebbe stare al passo coi tempi (magari per sfruttare al meglio il nuovo clima socio-culturale per il proprio tornaconto economico).

E lo dico anche perchè nella presentazione di Diversity (CLICCATE QUI) c'è proprio scritto che "progetta e realizza programmi formativi dedicati sia all’impresa privata che alla pubblica amministrazione, in particolare al mondo della scuola"... E sicuramente non intende farlo gratis...

Anche perchè, entrando nello specifico, spiega nei dettagli la sua offerta commerciale:

"Nel caso della formazione alle imprese i temi su cui si concentra maggiormente l’offerta di Diversity sono la comunicazione interna e la gestione della diversità quale fattore di sviluppo in termini di risorse umane. Altro tema di fondamentale importanza si situa in ordine prevalentemente economico. Attraverso l’attività di consulenza Diversity evidenzia e analizza la specificità sui differenti mercati del target lgbt e dei contesti famigliari ad esso legati. Lo scopo è la possibilità da parte delle aziende del raggiungimento di un consumatore definito dalle analisi di mercato “high spender, trend setter, early adopter, opinion leader”. Ciò avviene attraverso la creazione e l’offerta di strumenti di analisi ad hoc, piani comunicativi mirati con grande attenzione verso new media e social network.
I programmi formativi rivolti al settore pubblico hanno invece l’obiettivo di fornire gli strumenti per fare cultura sui temi della diversità e creare le condizioni per il superamento del pregiudizio nell’ambiente di studio e di lavoro. In tal senso grande importanza assumono i corsi dedicati a insegnanti e formatori, con particolare attenzione rivolta al mondo della scuola dell’infanzia e dell’istruzione primaria. Attraverso un lavoro congiunto con insegnanti e alunni Diversity propone occasioni formative in grado di fornire strumenti cognitivi indispensabili a rilevare e affrontare nella pratica quotidiana episodi di bullismo e discriminatori."

E così viene il sospetto che i Diversity Media Awards, e la relativa cerimonia di premiazione, siano stati pensati anche e soprattutto come vetrina per promuovere le attività di Diversity...

Attività che magari saranno anche utili (e daranno lavoro a tanti ricercatori universitari che ne hanno bisogno), ma che inevitabilmente creano dei conflitti di interesse...

Come quello che potrebbe essere dietro alla decisione di NON assegnare dei voti alle emittenti televisive italiane sul modello della GLAAD, onde evitare di compromettere le relazioni diplomatiche - e l'eventuale vendita di programmi formativi - dalle parti di RAI o Mediaset (e le galassie aziendali che gli ruotano attorno)... Visto che, in caso di vere e proprie pagelle, le emittenti di questi gruppi avrebbero avuto voti mediamente più bassi rispetto a quelli di un canale come REAL TIME (di cui vedete il promo di un programma gay friendly qui sotto) e agli altri marchi del gruppo Discovery... Che peraltro, ironia della sorte, è il media partner ufficiale dei Diversity Media Awards...
E d'altra parte nel solito STATUTO di Diversity c'è scritto chiaro e tondo che l'associazione nasce anche per promuovere eventi multimediali, mentre la GLAAD era nata negli anni '80 soprattutto per segnalare e boicottare quei media che erano soliti associare l'omosessualità e l'AIDS, tant'è che GLAAD sta per Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (alleanza gay e lesbica contro la diffamazione). Quindi siamo su due piani completamente diversi, e il continuo accostamento alla GLAAD da parte di Diversity suona perlomeno inappropriato.

Anche perchè sul sito di Diversity (CLICCATE QUI) c'è scritto che:

"Diversity immagina un evento finale, uno show dedicato alla consegna dei premi in grado di coinvolgere i mass media, le istituzioni e il grande pubblico divulgando i risultati della ricerca.
Un evento glamour che unisca vari mondi: moda, spettacolo, musica, cinema, si incontreranno sul red carpet di un grande teatro della capitale.
L’evento sarà costruito sul modello dei GLAAD Awards americani: una manifestazione di rilievo internazionale con la partecipazione di personaggi dello spettacolo, della cultura e dello sport.
Eleganza, tendenza e stile saranno le parole d’ordine."

Certo è bello sapere che "eleganza, tendenza e stile saranno le parole d’ordine", ma è di questo che abbiamo bisogno nel nostro paese? Un fashion party per premiare chi è stato bravo stando ben attenti a non criticare chi è stato cattivo? O non sarebbe forse più utile un'associazione che si prendesse anche la briga di tirare le orecchie a chi fomenta l'omofobia attraverso un uso improprio dei media?

Chissà...

Inoltre in questa operazione c'è un'altra notevole lacuna.

Poichè è gestita a monte da "seri" ricercatori universitari, e poichè EVIDENTEMENTE vuole essere una vetrina prestigiosa presso istituzioni scolastiche e aziende a cui proporre servizi, ESCLUDE COMPLETAMENTE la categoria dei fumetti... Mentre la GLAAD ha un apposito premio da anni (e se seguite questo blog lo sapete bene, perchè ogni anno vi faccio un report dettagliato al riguardo).

Perchè non sono ritenuti una forma di entertainment da prendere sul serio?
Perchè i grandi editori sono tutti omofobi e non c'è margine per avere un ritorno economico dalla proposta di programmi di formazione nel loro ambito?
Perchè i ricercatori universitari considerano i fumetti una minaccia per il prestigio della loro ricerca sui media?
Perchè gli Atenei italiani sono totalmente incompetenti in fatto di fumetti, e magari pensano che - per definizione - siano prodotti per bambini e che quindi non possono trattare temi LGBT?

Ovviamente non possiamo saperlo, ma in ogni caso ci troviamo di fronte ad un'associazione che dovrebbe battersi contro le discriminazioni nei media, ma alla fine discrimina un media che, guardacaso, in Italia è storicamente vittima di pregiudizi di vario tipo...

E badate che un premio del genere per i fumetti italiani sarebbe estremamente utile, perchè dato che i grandi editori di fumetti italiani parlano poco e male di certi  argomenti (CLICCATE QUI), un simile premio andrebbe giocoforza a qualche piccolo editore coraggioso, e forse potrebbe contribuire davvero a smuovere le acque... E a far capire ai grandi editori che dovrebbero iniziare a rivedere le loro posizioni per non restare indietro...

Però ai Diversity Media Awards, per ora, la categoria fumetti non c'é, e per come siamo messi è anche difficile capire in che misura questa mancanza sia determinata dalle prospettive limitate di chi li organizza e in che misura sia determinata da un settore dell'entertainment che - nel nostro paese - ha finito per diventare sempre più autoreferenziale e impermeabile per il mondo esterno.

E anche su questo aspetto della questione varrebbe la pena di riflettere seriamente.

In ogni caso di una cosa sono abbastanza certo: buona parte degli editori di fumetti Made in Italy saranno molto felici di sapere che l'editoria a fumetti nostrana non è stata toccata dai Diversity Media Awards... Anche perchè in questo modo avranno avuto l'ennesima conferma della loro teoria secondo cui ai gay e ai progressisti italiani i fumetti non interessano, mentre la maggior parte del loro pubblico è composta  da omofobi e conservatori... Con tutte le conseguenze del caso.

Altra occasione persa.

E comunque, per la cronaca, la GLAAD prevede anche dei premi per chi si è distinto nella stampa cartacea, in quella digitale e nel mondo dei blog... Cosa che i Diversity Media Awards non considerano, e anche sui motivi di questa scelta ce ne sarebbe abbastanza per scrivere un saggio dai risvolti un po' inquietanti...

Alla prossima.

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