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lunedì 4 aprile 2016

SULLO SFONDO...

Ciao a tutti, come va?

Come ho già avuto modo di dire in passato non mi piace infierire e non è mia intenzione accanirmi contro nessuno. Non ho particolari motivi per serbare rancore nei confronti di nessun editore italiano (verso alcuni editori di siti sì, ma verso editori cartacei ancora attivi proprio no) e se dipendesse da me sarei ben felice se mi ritrovassi ad approfondire le mie perplessità nei confronti della situazione italiana con meno frequenza... Poi, però, succede regolarmente che mi imbatto in notizie o dettagli che nessuno approfondisce... E proprio non possono starmene zitto...

Ora, per esempio, mi ritrovo nell'imbarazzante situazione di dover iniziare questo post parlando di nuovo di DYLAN DOG (per la seconda settimana consecutiva)... E più precisamente del nuovo numero in edicola, quello con la famigerata copertina che "brilla al buio" e con la storia sceneggiata da Paola Barbato (a cui avevo accennato già QUI).

Stavolta, però, lo spunto arriva da un'unica immagine, comparsa in un collage di brutture umane che viene mostrato a pagina 97... Guardando con più attenzione si nota la rappresentazione di una pesante aggressione omofoba, con una vittima legata e seviziata, sul cui petto è stata scritta (o incisa) la parola "faggot". Da notare che i due omofobi, mentre filmano il tutto, sono muniti di un compressore... Come quello che ha caratterizzato un tragico fatto di cronaca avvenuto nel 2014 dalle parti di Napoli, quando due svitati si "divertirono" ad usarne uno nel retto di un povero quattordicenne sovrappeso. E probabilmente si tratta di una citazione voluta (anche perchè, come saprete, gli albi Bonelli vengono progettati con due anni si anticipo rispetto alla loro pubblicazione).



Tecnicamente il contenuto dell'immagine, in quanto tale, non è un problema... Dato che è pertinente al contesto (vi risparmio i dettagli della storia), e per quanto cruenta questa immagine non è fine a se stessa. Anzi: l'accostamento degli abusi omofobi ad altri tipi di scelleratezze ha anche una valenza positiva, se vogliamo.

Quello che mi ha lasciato perplesso, però, è che questo caso dimostra - per l'ennesima volta - che nei fumetti Bonelli ci sono tematiche omosessuali che possono essere raffigurate (se sono funzionali ad un certo modo di intendere l'omosessualità, diciamo) e ci sono tematiche omosessuali che non hanno diritto di rappresentanza, nemmeno sullo sfondo.

Come ho segnalato più volte, ad esempio, Dylan Dog vive in una Londra rappresentata attraverso tavole nelle quali non compaiono mai coppie omosessuali propriamente dette... Anche recentemente sono comparse, al massimo, coppie di bisessuali decadenti e lussuriose (CLICCATE QUI), ragazze che paiono condividere relazioni ambigue pur frequentando il quartiere gay di Soho (CLICCATE QUI) e un personaggio di sesso maschile la cui bisessualità è stata "corretta" a colpi di bianchetto (CLICCATE QUI e QUI per avere delle prove)...

Per le vie di Londra non si intravedono mai situazioni LGBT, men che meno nel senso moderno del termine (coppie con figli, giovani mano nella mano, magari uno scambio di tenerezze sulla panchina di un parco)... E anche se Dylan Dog ha spesso a che fare con la polizia cittadina, non si è mai imbattuto in nessun poliziotto o detective omosessuale, anche se nel Regno Unito sono molto visibili e presenti... Al punto che le loro associazioni fanno campagne di sensibilizzazione come quella che vedete qui sotto (e che risale al 2006), in cui se la prendono addirittura con l'incitamento all'omofobia da parte dei testi sacri!

Attualmente l'associazione di riferimento per i poliziotti omosessuali britannici è il National LGBT Police Network (CLICCATE QUI), che ogni hanno sfila in varie parate del Gay Pride con una rappresentanza ufficiale, ma di tutto questo nella Scotland Yard con cui ha a che fare Dylan Dog non c'è mai stata traccia...

Ovviamente non c'è nessun obbligo di rappresentare verosimilmente la vita LGBT di Londra nelle pagine di DYLAN DOG, così come non c'è scritto da nessuna parte quanto e come la serie deve rappresentare l'omosessualità in quanto tale... Tuttavia è davvero curioso notare come, nelle pagine di DYLAN DOG, sia possibile mettere sullo sfondo una raffigurazione dell'omosessualità associata ad un episodio di omofobia violenta, ma non sia ancora possibile darne una rappresentazione davvero disinvolta in quanto "realtà socialmente integrata" (e non necessariamente legata a risvolti negativi o ambigui, o ad una rappresentazione che ne metta in risalto i risvolti più problematici, diciamo).

Siccome su questo blog ho affrontato l'argomento numerose volte non starò ancora qui ad approfondire come, nei fatti, tutto questo non sia casuale, ma faccia parte di una strategia finalizzata a garantirsi l'appoggio del pubblico più ampio possibile (dando per scontato che in Italia quello realmente gay friendly sia una minoranza), e in particolare lo zoccolo duro dei lettori "bonelliani" (che si suppone siano molto legati ancora ad una certa impostazione del fumetto popolare). Senza contare che, come ammesso anche da Antonio Serra, più un titolo vende e meno può osare in termini di temi "eticamente sensibili" e di "aperture" (CLICCATE QUI)... Anche perchè la Bonelli non vuole giocarsi il pubblico che ha fidealizzato dagli anni Cinquanta in poi: un pubbico che, per ovvi motivi anagrafici, non ha la stessa mentalità aperta delle ultime generazioni.

Ovviamente ognuno è libero di fare le sue scelte, anche se i dati di vendita più recenti sembrano confermare che questa strategia non funziona più molto...

Quello che mi premeva segnalare oggi è che - nel frattempo - il cerchio attorno a chi non riesce a stare al passo coi tempi - e si ostina a mantenere un approccio tradizionalista - si sta stringendo sempre di più, e sta iniziando a mietere vittime anche fra editori storici che - obbiettivamente - hanno sempre potuto contare su un rapporto preferenziale con quelle lobby conservatrici a cui la Bonelli (e non solo) ha sempre guardato con un certo timore reverenziale... Fin dagli anni Cinquanta (CLICCATE QUI).

Mi riferisco, più nello specifico, al fatto che lo storico settimanale cattolico IL GIORNALINO, pubblicato dal 1924, sta iniziando ad alzare bandiera bianca...

Che dalle sue parti le cose non stessero andando proprio benissimo si era intuito con la repentina chiusura del supplemento mensile SUPER G (ne ho parlato QUI). Tuttavia gli annunci che, altrettanto improvvisamente, hanno iniziato a circolare in questi giorni, fino a qualche anno fa sarebbero stati semplicemente inimmaginabili. E questo significa che effettivamente le cose stanno cambiando sempre più in fretta...

I fatti, in sintesi, sono questi: IL GIORNALINO, dopo qualcosa come novantadue anni, ha deciso di chiudere la sua redazione e di mandare a spasso il direttore che lo stava portando avanti da otto anni (evidentemente senza grandi riscontri). La gestione del settimanale (o di quel che ne resta), ora, verrà appaltata ad un'agenzia di servizi esterna, la Out of Nowhere (CLICCATE QUI), la cui esperienza in fatto di fumetti si limita alla cura di alcune collane di ristampe allegate a IL SOLE 24 ORE (che peraltro non hanno nemmeno avuto un gran successo)...


Quindi diciamo pure che tutta questa operazione sembra più che altro un modo per ritardare l'inevitabile. In realtà le strategie per risollevare le sorti del IL GIORNALINO prima di arrivare a questo punto ci sarebbero anche state... Il problema è che avrebbero richiesto un approccio troppo progressista e disinvolto per gli standard "apostolici" de IL GIORNALINO... E anche l'introduzione di alcuni fumetti francesi di ultima generezione è stata compromessa dal taglio di un settimanale che, per forza di cose, non si poteva permettere di essere davvero in sintonia con i gusti e le esigenze dei bambini di oggi...

Senza contare che questi fumetti francesi, obbiettivamente freschi e divertenti, venivano soffocati da produzioni italiane con cui non avevano molto a che spartire...



Eppure, evidentemente, fino all'ultimo dalle parti delle Edizioni San Paolo hanno pensato che avrebbero potuto contare sul supporto del loro pubblico storico, e fino all'ultimo hanno sperato che -  con l'aiuto della divina provvidenza - avrebbero potuto risollevarsi...

E invece, a quanto pare, non è andata così.

E vedendo come sono i bambini di oggi era prevedibile. Non foss'altro perchè ora la loro realtà è fatta (anche) di iPad, internet e aule digitali... Tutte cose che nelle rubriche de IL GIORNALINO (e nei suoi fumetti) non trovavano posto, visto che sembrava rimasto fermo ai primi anni Novanta (mentre per stare al passo coi tempi, come minimo, avrebbe dovuto ospitare una rubrica di orientamento all'informatica per giovanissimi, e avrebbe dovuto avere un proprio canale youtube).

E questa è una cosa decisamente assurda, se si considera che si rivolge ad un pubblico fra i sei e gli undici anni... Un pubblico che, di conseguenza, si rinnova completamente ogni cinque anni circa...

E d'altra parte quello che è successo a IL GIORNALINO è la versione "concentrata" di quello che sta avvenendo nell'editoria a fumetti italiana in generale, anche se i tempi sono più dilatati perchè il ricambio completo dei lettori (che comunque coprono fasce d'età più ampie) è molto più lento.

Ad ogni modo se anche IL GIORNALINO, che pure è una diretta emanazione della Chiesa Cattolica, ha dimostrato che senza guardarsi attorno e puntando solo sul pubblico conservatore non si va da nessuna parte, vuol dire che il fumetto popolare italiano è ormai prossimo ad un bivio.

Da una parte un rinnovamento pressochè totale (dai contenuti al metodo di lavoro, passando per i collaboratori e gli autori), e dall'altro una lenta agonia.

Vorrei concludere il post di oggi con una piccola riflessione: il 2 aprile si è spento a Genova Gallieno Ferri, l'ideatore grafico di Zagor.

Era nato nel 1929, e dopo essersi diplomato geometra decise di coltivare comunque il suo sogno di disegnare fumetti. La sua prima storia venne pubblicata quando aveva solo vent'anni, dopo avere risposto ad un annuncio che aveva pubblicato su un quotidiano locale il giovane editore genovese (ma di origini calabresi) Giovanni De Leo, che all'epoca di anni ne aveva 25. Giovanni De Leo sceglieva le serie da produrre, o da tradurre, facendo una cosa che adesso sembra che nessuno faccia più, e cioè delle indagini di mercato (coi pochi mezzi a sua disposizione, ovviamente)... In poche parole dava al pubblico quello che voleva leggere, anche se questo voleva dire farglielo leggere di nascosto, indisponendo i benpensanti, le famiglie e il mondo adulto in generale... Al punto da finire in Tribunale. Infatti Giovanni De Leo, fu portato in Tribunale da un un fantomatico "Comitato per la Difesa del Fanciullo" (nato appositamente per salvare i giovani dalle letture diseducative) per aver osato tradurre in italiano alcuni fumetti francesi di... Robin Hood!

Durante il processo Giovanni De Leo proclamò sempre la sua innocenza, ma poi venne effettivamente condannato, nel novembre 1952, a tre mesi di carcere  per istigazione a delinquere a mezzo stampa (anche se presumo gli abbiano dato la condizionale). Maggiori informazioni le trovate QUI e nella biografia di Gallieno Ferri pubblicata da ComicOut.

A quel punto Giovanni De Leo smise di fare l'editore? Ovviamente no, ma fu costretto a correggere il tiro (e non pubblicò più Robin Hood), col tempo perse pubblico e finì nel dimenticatoio, anche se nel frattempo le sue idee si fecero largo e lanciò anche la carriera di quel Gallieno Ferri che - dopo aver lavorato molto per la Francia - nel 1960 avrebbe creato Zagor con Sergio Bonelli (allora ventottenne)...

Un Sergio Bonelli a cui il distributore aveva appena suggerito di realizzare un western per bambini (ricco di elementi e situazioni surreali, nonchè munito di una spalla comica per il protagonista), sul modello di quelli delle Edizioni Dardo (Capitan Miki, Grande Blek, ecc), che all'epoca vendevano molto più di Tex...

Casualmente Gallieno Ferri si presentò proprio in quel momento, e da allora ha continuato a realizzare le copertine (e le storie) di Zagor fin quasi al momento della sua dipartita, a 87 anni... E infatti anche il numero di Zagor in edicola questo mese (il 609) sfoggia una copertina realizzata da lui...

Quando Gallieno Ferri iniziò, però, non era poi così raro che gli editori lanciassero la carriera di autori molto giovani, e che magari gli concedessero un'intera serie già dal loro esordio, intuendo il loro potenziale e permettendogli così di esprimerlo e coltivarlo al meglio.

Benito Jacovitti, ad esempio, pubblicò le sue prime storie a 16 anni (nel 1939), mentre l'editore Pasquale Giurleo di Milano affidò i testi e i disegni di Trottolo (che poi si sarebbe evoluto nel Trottolino pubblicato dall'Editore Bianconi) a Franco Oneta (morto lo scorso gennaio): era il 1949 e Franco Oneta aveva solo 15 anni! Poi sarebbe diventato famoso soprattutto in Francia, dove portò al successo il tarzanide Zembla (creato nel 1963)...



Nel 1947 lo stesso Pasquale Giurleo aveva fatto esordire pure il venticinquenne Ferdinando Tacconi dandogli subito una serie tutta sua (Morgan il Pirata), anche se in quegli anni l'editore divenne famoso soprattutto per i sequestri giudiziari (questa volta per oltraggio al pudore) relativi al suo popolarissimo personaggio Pantera Bionda... Disegnato, fra gli altri, dall'allora ventenne Mario Cubbino, e pensato appositamente per soddisfare i primi pruriti dei ragazzini che vivevano alla fine degli anni Quaranta...
E infatti, prima dei problemi giudiziari, l'editore Pasquale Giurleo pubblicò, con la sua casa editrice A.R.C., anche le storie della bella avventuriera Miss Diavolo... E pare che sia lei che Pantera Bionda raggiungessero le 100.000 copie vendute ad ogni uscita (e considerando che erano fumetti venduti e comprati di straforo non era certo poco).

Ovviamente quando sequestri e ingiunzioni obbligarono la A.R.C. a chiudere Miss Diavolo e a rendere più pudica Pantera Bionda le vendite colarono a picco... E forse è stato anche per lo stress di tutta questa situazione che il povero Pasquale Giurleo passò a miglior vita nel 1952, a soli 47 anni...

Certo erano altri tempi,  i lettori erano meno esigenti e gli editori più incoscienti, ma è innegabile che allora la voglia di sperimentare e di osare fosse tanta, perlomeno fino a quando non partì la controffensiva dei moralisti, di cui giovanni De Leo e Pasquale Giurleo furono le prime vittime. Una controffensiva che si protrasse fino all'assoluzione di Diabolik nel 1969 (CLICCATE QUI), per poi avere una recrudescenza negli anni Novanta (CLICCATE QUI).

A questo punto qualche domanda nasce spontanea: quanto spazio, oggi, viene concesso alle idee davvero giovani, realizzate da giovani (o perlomeno da persone davvero "giovani dentro") che si rivolgono ai giovani, magari tenendo in debito conto gli anni e il contesto in cui viviamo?

Quanto vengono tenuti in considerazione i gusti del giovane pubblico italiano di oggi che, evidentemente, è molto cambiato rispetto al suo corrispettivo degli anni Sessanta che portò al successo Zagor?

Quanti editori italiani, oggi, hanno il coraggio e l'intuito di un Giovanni De Leo o di un Pasquale Giurleo (anche in considerazione del fatto che sarebbero maggiormente tutelati dal punto di vista legale)?

E se gli editori degli anni Quaranta avessero ragionato come quelli attuali, adesso ci ritroveremmo con un Gallieno Ferri da ricordare?

Chissà...

Alla prossima.

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